Volevo esserci anche (R)io. I due volti del Brasile: dietro lo scintillio delle Olimpiadi, le difficoltà della gente

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Le storie olimpiche sono anche quelle che maturano fuori dai campi di gara. L’eccezionalità di un evento come quello a cinque cerchi sta anche nel fatto che è in grado di condizionare – positivamente o negativamente – un paese intero, di smuovere dinamiche politiche, sociali, umane e di diventare dunque un appuntamento a trecentosessanta gradi. Se poi il paese che organizza le Olimpiadi è il Brasile, coinvolto in un periodo di trasformazioni epocali tra una parte di brasiliani che decolla in cima ai grattacieli e una che ancora rimane soffocata nelle sterminate favelas, allora la questione si fa più intricata del solito. Il mese olimpico diventa il pretesto per far sentire al mondo quali siano i disagi che la gente vive tutti i giorni e per far capire a tutti che c’è qualcosa di molto grosso da cambiare, migliorare, trasformare radicalmente. La spaccatura più grossa è quella che si è determinata tra i brasiliani ricchi e quelli poveri e l’emblema di tutto questo viene identificato in molti nella figura dell’ex presidente Dilma Roussef, rimasta in carica dal primo giorno del 2011 fino al 12 maggio 2016 quando è stata sospesa per impeachment dalle funzioni di governo dopo essere stata accusata di aver truccato i dati sul deficit di bilancio annuale. A quel punto una buona fetta di Brasile non ci ha più visto dopo che negli anni precedenti avevano già espresso molti malumori per la gestione Roussef.
L’organizzazione dei mondiali di calcio nel 2014 e delle Olimpiadi nel 2016 ha fatto strabuzzare gli occhi, come a dire: «Ma come, la gente muore di fame a bordo strada e voi politici organizzate due eventi mondiali nel giro di due anni?». Effettivamente, è qualcosa di unico soprattutto perché il Brasile stava decollando, non si era ancora del tutto affermato ai vertici dell’economia e della politica mondiale. Dunque, ecco le polemiche. I media di tutto il mondo da tempo stanno parlando delle proteste brasiliane, ma non ho voluto crederci troppo, ho pensato che fossero i soliti polemici cronici coloro i quali mettevano in atto le proteste e allora ho voluto capire meglio di cosa si trattasse. E così ho contattato alcuni parenti, nati da genitori italiani ma che da sempre vivono a San Paolo, in Brasile, per farmi spiegare quale fosse l’animo solitamente variopinto dei brasiliani. Ho percepito, al contrario, un certo grigiore e appassimento nel loro cuore dettato dallo sconforto e dalla rabbia per una gestione politica ed economica così pessima.
«Il Brasile è un paese con molti problemi politici ed economici – mi hanno raccontato – con un livello di corruzione mai visto nel mondo. Gli ultimi governi hanno quasi messo in bancarotta delle aziende pubbliche come la Petrobras e rubato centinaia di miliardi di dollari. Le scuole sono scarse e gli ospedali non riescono a ricevere bene i ricoverati che devono pur stare nei corridoi in condizioni precari. E mentre la gente vive in queste condizioni e si sente dire che non ci sono i soldi per essere aiutata, improvvisamente il governo annuncia che spenderà i miliardi per organizzare i Mondiali di Calcio e le Olimpiadi. E non c’è dubbio che ci mangino sopra fior di soldi, lo sappiamo da informazioni certe che cominciano a saltar fuori solo adesso e che si riferiscono a guadagni sostanziosi, molto sospetti, che il Governo ricavava dalla costruzione delle infrastrutture olimpiche. Per questo motivo i brasiliani si sono rivoltati contro le Olimpiadi». Per fortuna il Brasile e la sua gente sono noti in tutto il mondo per la loro positività, per la loro capacità di vivere alla giornata e di trovare sempre l’aspetto positivo in una vicenda o comunque quel dettaglio che permette di consolarsi tra tante vicende losche. E così, ecco che mentre mi facevo sorprendere dall’ insolita acidità e depressione, arriva la nota di ‘alegria’. «Ad ogni modo, al contrario dei Mondiali 2014, la festa di apertura delle Olimpiadi è stata bella, tutto il mondo lo ha riconosciuto e i brasiliani di questo ne vanno fieri».

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