Diario dall’isola di Cuba: in viaggio attraverso piccole comunità, con l’atmosfera dei primi cristiani

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È passato poco tempo da quando sono tornata. È passato troppo poco tempo e sono già ripartita. È sempre questione di tempo: partire, tornare, ricordare o dimenticare. È il tempo che trasforma incontri in ricordi, emozioni in parole.

Dopo quattro anni in cui trascorro l’estate facendo sempre la stessa cosa c’è il rischio che tutto questo diventi un’abitudine, che loro, di cui ho pronunciato il nome, a cui ho stretto la mano e le spalle in un abbraccio, diventino soltanto immagini bidimensionali impresse per sempre su fotografie che sbiadiranno, che i sapori e i profumi di una terra lontana si trasformino in scioglilingua incomprensibili di nome e di fatto. “Verba volant, scripta manent” mi hanno insegnato gli studi classici, per cui: Cuba, 3-24 agosto. Tre settimane di viaggio. Quattro viaggiatori: Claudia, Emilio, (don) Luca e io. Una settimana per percorrere l’isola, scoprendo Avana, Trinidad e Santiago, e raggiungere la nostra destinazione finale: Baracoa, la prima e più antica città fondata da Colombo a Cuba, l’unica, tra l’altro, in cui si conserva una delle croci che lo scopritore portò dal Vecchio Continente.

Ad attenderci nella casa parrocchiale, in cui siamo stati ospitati per le due restanti settimane, don Giuseppe e don Matteo, sacerdoti bergamaschi della città cubana e insieme a loro don Efrem, ex curato dell’oratorio di Verdello, lui che ha dato inizio al nostro viaggio qualche mese fa, invitandoci a raggiungerlo. Difficile riassumere quello che abbiamo vissuto, ma ci provo. Nessuna giornata uguale ad un’altra: due giorni di verino (corrispettivo cubano del nostro CRE) alla spiaggia di Maguana, durante i quali abbiamo incontrato i parrocchiani delle comunità di cui don Efrem è padre (27 per l’esattezza), iniziando la giornata con la messa per poi continuare con giochi che fossero per tutti, bagno in mare e per concludere nel rio (fiume), tanto amato dai cubani per togliere il sale dalla pelle. Altri giorni siamo andati alla scoperta, oltre che in visita delle stesse comunità, nel luogo in cui sorgono: piccole concentrazioni che non contano più di una decina di case in cui abbiamo celebrato la messa o soltanto letto e commentato la Parola, per poi congedarci e scoprire luoghi meravigliosi. Ci sono stati giorni in cui abbiamo fatto i turisti, alla ricerca di cascate e lamantini. Ma soprattutto, ci sono stati i tre giorni della semana campesina nella comunità di Yara: tre giorni in cui noi italiani insieme ai giovani e agli adolescenti delle parrocchie di Baracoa e Cabacu – Hamal, per un totale di 22 persone, siamo stati ospitati in casa di una famiglia del luogo, dormendo nella cappella adiacente, cucinando e lavandoci negli spazi che la famiglia ha voluto condividere. Ci siamo divisi in due gruppi: animazione e missione, i primi animatori di un CRE che ha richiamato tutti i bambini della zona, i secondi in coppia o a gruppi di tre che, percorrendo le strade di terra rossa che riempiono di stupore e polvere, hanno bussato a tutte le porte per annunciare la misericordia a cui il Papa chiama quest’anno; due gite, come in ogni CRE che si rispetti e messa conclusiva con passaggio dalla Porta Santa, appositamente costruita per l’occasione. Sintetici appunti di viaggio, per fissare date e luoghi, ma che racchiudono in sé amicizie appena nate, risate, sorrisi, lacrime di gioia e di fatica, confidenze, silenzi, preghiere, vite umane, giovani, adulte, anziane, che si sono incontrate, intrecciate e che, anche se lontane, cammineranno lungo la strada che il Padre Nostro, a cui spesso hanno innalzato preghiere di supplica e ringraziamento, custodirà, una strada di terra rossa, infinita in mezzo al verde cangiante degli alberi, infinita verso l’orizzonte blu del cielo.

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