Daniela e l’estate in missione in Africa: “In Kenya ho capito il senso della gratitudine”

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Si sono da poco concluse le brevi esperienze in missione organizzate dal Centro Missionario Diocesano e rivolte a tutti i giovani bergamaschi. È tempo di tornare alla quotidianità, chi al lavoro e chi sui banchi dell’università. Ma è anche tempo di rilettura e condivisione, è tempo di cominciare a far maturare, proprio nella vita di tutti i giorni, quel seme che è l’esperienza in missione. Daniela Oberti ci racconta della sua esperienza di tre settimane in Kenya.

Ventinove anni di Villa di Serio, lavora al Dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano. Nel tempo libero è impegnata nel volontariato presso il CVS (Centro Volontari della Sofferenza) che organizza attività ricreative per i ragazzi disabili della parrocchia e li accompagna alla Messa domenicale. Da sempre interessata ai paesi in via di sviluppo e da anni con il sogno nel cassetto di andare in Africa. Finalmente quest’estate il suo sogno è diventato realtà ed è partita per il Kenya insieme ad altri 4 giovani bergamaschi.

Raccontaci un po’ della tua esperienza in una realtà così diversa.
«Siamo stati accolti nella casa delle Suore Orsoline di Gandino che, nel villaggio di King’eero (situato a circa 20 minuti da Nairobi), gestiscono dal 1993 una scuola materna, una scuola elementare ed un ambulatorio medico. Le suore hanno chiesto la nostra disponibilità per organizzare, durante le 2 settimane di pausa dalla scuola, una sorta di campo estivo aperto a tutti i bambini del villaggio. Era la prima volta che veniva organizzata un’attività di questo tipo. Ogni pomeriggio ci siamo ritrovati per 3 ore con circa 300 bambini di età compresa tra i 2 e i 12 anni (il numero è aumentato di giorno in giorno, siamo partiti con circa 150 bambini e l’ultimo giorno erano probabilmente più di 300)».

Come sei venuta a conoscenza di queste esperienze in missione proposte dal centro missionario e come mai hai deciso di prenderne parte?
«Ho conosciuto il CMD durante gli incontri del Gruppo Samuele in seminario. Il percorso formativo proposto e la sua impronta cristiana mi hanno convinto, era l’occasione giusta per realizzare il sogno che tenevo da troppo tempo nel cassetto: partire per un paese in via di sviluppo per incontrare una nuova cultura e per mettermi in gioco, ben sapendo di non poter cambiare il mondo ma per “rinnovare” me stessa».

Quali sono state (se ce ne sono state) le maggiori difficoltà che hai incontrato?
«L’esperienza è stata pienamente positiva, con le suore, nelle attività organizzate, con il gruppo. L’unica difficoltà iniziale forse è stato proprio l’incontro con una cultura diversa. I kenioti (o almeno quelli che ho incontrato) prendono la vita con molta pacatezza e tranquillità, senza correre o affannarsi per ottenere di più o risolvere i problemi quotidiani. L’impressione che danno è quella di essere felici nella loro essenzialità. Lo stress ci guadagna sicuramente ma quando ti ritrovi con una miriade di bambini iperattivi ed esuberanti da far giocare, ogni minimo imprevisto vorresti si risolvesse in un battibaleno. Invece impari ad aspettare, ad affrontare con il sorriso e la grinta ogni nuovo giorno, senza attese e senza troppi programmi».

Ci racconti un momento significativo del tuo viaggio? Un’immagine, una persona, un luogo che ti ha particolarmente segnato o fatto riflettere.
«Grazie alle suore siamo entrati in contatto con varie realtà del Kenya. Una delle più significative per me è stata l’esperienza fatta in un centro di recupero per ragazzi dai 10 ai 16 anni. Si tratta dell’unica struttura presente in tutto il Kenya dove vengono accolti ragazzi che si sono rifiutati di andare a scuola per prendere una strada rischiosa come quella della droga o della delinquenza. Il direttore dell’istituto ci racconta che l’obiettivo è principalmente aiutarli a riscoprire l’importanza dell’istruzione (un pilastro fondamentale per la cultura keniota) e successivamente inserirli in un percorso scolastico strutturato. Abbiamo avuto l’opportunità non solo di visitare l’istituto, ma anche di parlare con un gruppetto di questi ragazzi. Alcuni ci hanno raccontato la loro storia; i loro occhi si sono riempiti di vergogna e di tristezza che però scompariva nel momento in cui iniziavano a parlarci dei loro sogni per il futuro. La loro voglia di cambiare e di scoprire un mondo migliore, mi ha messo i brividi e ancora adesso mi accende cuore».

Che cosa rimane al termine di un’esperienza così forte?
«Tra le tante cose che mi porto a casa dal Kenya e da questa esperienza c’è sicuramente il senso di profonda gratitudine: essere riconoscente ogni giorno per tutto quello che ho, senza darlo per scontato. Non intendo solo per le cose materiali ma anche per tutto quello che mi circonda, per gli affetti, per i piccoli gesti di gentilezza e servizio che ricevo. Questo mi porta a volermi spendere ancora di più per gli altri, per chi è meno fortunato di me e per chi si trova in situazioni di difficoltà, con la consapevolezza che anche un gesto piccolissimo può fare tanto».

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