La marcia della pace ad Assisi. Ricordando Fulvio Manara

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LA PACE, ASSISI, FRANCESCO, “IL SANTO ITALIANO DELLA NON VIOLENZA”

Il popolo della pace si dà appuntamento in Umbria, il prossimo 9 ottobre, per la storica marcia Perugia-Assisi. Storica perché l’idea di convocare una marcia per la pace venne ad Aldo Capitini (uno dei padri della nonviolenza del nostro Paese) nel corso degli anni cinquanta, mentre la situazione internazionale si faceva sempre più pesante per la guerra fredda, la corsa al riarmo, la costruzione del muro di Berlino e il consolidamento della divisione del mondo in due blocchi politico-militari contrapposti. Per Capitini la Marcia doveva essere “popolare e regionale”, in modo da “destare la consapevolezza della pace in pericolo nelle persone più periferiche e lontane dall’informazione e dalla politica”. Scelta Assisi come meta della Marcia così da richiamare “il santo italiano della nonviolenza”, Capitini disegnò il percorso attraverso le zone più popolose dell’Umbria, Perugia, Bastia Umbra e Santa Maria degli Angeli. Il 24 settembre 1961 marciarono in ventimila e per la prima volta si utilizzò la bandiera con i colori dell’arcobaleno come simbolo della pace. Da allora, con cadenza decennale all’inizio, e poi a seconda delle circostanze internazionali, una fiumana di  persone partono dai Giardini del Frontone a Perugia e percorrono i trenta chilometri che li separano dalla Rocca Maggiore di Assisi. Nel 2001  l’edizione con il maggior numero di persone, quasi quattrocentomila: boy scout (sempre numerosissimi) e politici, ragazzi provenienti da parrocchie tutta Italia, sindaci e amministratori di province, città e paesi e tanta gente comune. Quella del prossimo nove ottobre sarà la ventiduesima edizione.  Il tema scelto è quanto mai appropriato: “Della pace e della fraternità contro la rassegnazione e l’indifferenza che circondano le tragedia dei nostri giorni: guerre, migrazioni, terrorismo e violenze”.

DA BERGAMO RICORDANDO UN INFATICABILE COSTRUTTORE DI PENSIERI DI PACE

Da Bergamo saranno in molti a partecipare. La Tavola della pace, un coordinamento di associazioni e sindacati, che promuove nella nostra comunità bergamasca numerosi  appuntamenti sul tema della nonviolenza e dei conflitti, organizza una serie di pullman che partiranno nella notte per essere sul posto alle nove, orario fissato per l’inizio. A marciare con loro ci sarà, idealmente, anche Fulvio Manara, morto improvvisamente il 25 marzo scorso. Appassionato studioso della pace e della nonviolenza sin dai tempi del servizio civile, docente di pedagogia e ricercatore presso la nostra università, Fulvio, uomo capace di intrecci e relazioni, è stato un infaticabile costruttore di pensieri di pace, un tessitore paziente di parole e di legami. Era convinto che la pace dovesse andare oltre i grandi proclami e slogan, oltre la dimensione della protesta o della manifestazione di piazza, sia pure di massa, perché troppo spesso a tutto questo segue un deficit di radicamento e di azione concreta, affiancato da una inquieta e colpevole apatia. Sosteneva che passività e impotenza fossero diventati il principale problema di tanti che pure sanno dire “no” alla guerra e desiderano consapevolmente un altro mondo, perché pensano che sia possibile e meriti impegno e determinazione. Per questo si batteva perché l’azione nonviolenta si radicasse in un percorso personale di trasformazione dei conflitti, fin dalle dimensioni intrapersonali e interpersonali. Perché, ribadiva con forza, pace non è assenza di conflitto, pace, piuttosto, è “conflitto trasformato”. In questo modo, essa mette in discussione, ciascuno di noi, nel saper stare “nel conflitto”. Ci mette in gioco a partire dai nostri conflitti quotidiani, laboratorio di speranza per un futuro diverso e meno distruttivo. Una via impossibile? Forse. Ma, con la tenacia del mite che gli era propria, Fulvio sosteneva che bisognasse sperare e investire la propria esistenza. Perché, ha detto in un’intervista, “la nonviolenza è amore per la vita. Non si tratta solo di “contrastare” la violenza, di non commetterla. Si tratta piuttosto di operare per la vita, di lasciar fiorire l’amore per la vita, contro una cultura di morte che si ripresenta ramificata e pervasiva nel nostro tempo, come in ogni altro.”

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