La scuola in pigiama: accanto ai bambini in ospedale. Il più bel regalo è fare i compiti insieme

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La prima volta non si scorda mai, soprattutto dopo aver trascorso mesi carichi di aspettative e trepidazione, ma anche dubbi, domande, timori di ogni genere: sarò all’altezza? Farò qualcosa di sbagliato? Avrò il giusto atteggiamento? Userò parole giuste? Li annoierò? Mi commuoverò?

È stato con il cuore pieno di emozioni contrastanti che ho varcato per la prima volta l’ingresso del reparto di pediatria dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, nella torre 2, dove ha sede anche l’anima della Scuola estiva in ospedale. Questa scuola un po’ speciale, detta anche la Scuola in pigiama, è una realtà che si è concretizzata nel 2013, con l’obiettivo di permettere ai bambini e ai ragazzi ricoverati di proseguire le attività didattiche anche durante il periodo estivo, quando la scuola statale normalmente interrompe le lezioni. La Scuola estiva in ospedale è una realtà promossa dall’Associazione conGiulia Onlus, grazie alle preziose sinergie con Ufficio Scolastico Regionale Scuole polo di Bergamo per la Scuola in Ospedale, l’Università agli Studi di Bergamo, Cremit – Università Cattolica di Milano e l’Azienda Ospedaliera Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

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Durante i mesi precedenti avevo frequentato un ciclo di incontri di formazione tenuti da medici, professori ed ex volontari, con le testimonianze entusiaste e toccanti di ragazzi ex degenti. È stato proprio durante questo corso che ho imparato che la scuola ha a tutti gli effetti una valenza terapeutica e proprio per questo è necessario garantirne la continuità durante tutto l’anno: dopotutto, “la malattia non va in vacanza” come ha detto Giulia Gabrieli, piccola paziente bergamasca volata in cielo nel 2011 all’età di 14 anni, grazie alla quale è nata l’Associazione conGiulia. Anzi, proprio durante i mesi estivi, quando fuori splende il sole ed è meraviglioso per tutti stare all’aria aperta, bambini e ragazzi ricoverati riscoprono il valore dello studio, di applicarsi nelle attività scolastiche. Sembra incredibile ma sono loro stessi a chiedere di poterle svolgere, è qualcosa che li tiene incredibilmente agganciati alla realtà e fa sentire loro che non tutto è cambiato, anche se non si trovano più nella loro cameretta ma in una stanza d’ospedale, e ci resteranno magari per mesi.

Indossando una maglietta blu e con un cartellino di riconoscimento appeso al collo, un pool di coordinatori si alterna ogni settimana e un esercito di docenti e addetti alla segreteria, per un totale di circa 75 volontari, offre il proprio servizio, in base alle disponibilità di ciascuno, su turni, ogni giorno per i mesi di luglio e agosto. Durante la mattinata gli addetti alla segreteria, dopo aver fatto un giro nelle stanze, raccolgono le adesioni di bambini e ragazzi che desiderano svolgere attività scolastiche al pomeriggio con gli insegnanti. In alcuni casi i ragazzini hanno con sé i propri compiti delle vacanze da eseguire, altre volte invece sono i docenti stessi che, grazie al supporto di libri, quaderni, ipad e altri materiali messi a disposizione dell’Associazione, permettono ai bambini di svolgere attività di potenziamento, ripasso o altri lavori ritenuti interessanti e compatibili con la fascia d’età di ciascuno di loro. Nel primo pomeriggio, quando arrivano gli insegnanti, si svolge una piccola riunione e il coordinatore consegna loro una sorta di registro dove ciascun docente avrà cura di segnare nome e cognome dell’allievo, età e classe di appartenenza, attività svolte durante la lezione ed eventuali note aggiuntive. Al termine dell’intervento didattico l’insegnante riconsegna il registro al coordinatore e gli addetti di segreteria raccolgono tutte le informazioni affinché tutto funzioni per il meglio. Una volta a settimana si organizza anche un cineforum: la “Stanza delle nuvole”, al secondo piano della torre 2, ospita un maxischermo, su cui viene proiettato un film o un cartone animato. Al termine della visione, bambini e ragazzi sono invitati a partecipare ad attività ludiche e ricreative inerenti al film stesso.

 

È così che si articola questa entusiasmante avventura estiva che per la prima volta quest’anno ho scelto di intraprendere: ogni giorno bambini e ragazzi di diverse età e nazionalità -sono moltissimi gli stranieri- mi accolgono con un largo sorriso, desiderosi di mettersi al lavoro. Un pomeriggio D., 7 anni e un braccio e una gamba ingessati, vedendomi varcare la soglia della sua stanza, seduto suo letto ha detto ai nonni venuti in visita: “Nonni uscite, c’è la maestra, voglio fare i compiti!”. Mi è sfuggito un sorriso.

Al di là delle competenze specifiche che ciascun docente per la propria materia mette in gioco, ci vuole molta elasticità. I letti d’ospedale non sono il massimo della comodità per “fare scuola”: si spera sempre che accomodarsi su una sedia accanto al capezzale non dia fastidio alla flebo che magari il bimbo porta inserita nel braccio.  Noi docenti non sappiamo che malattie affliggano i piccoli pazienti –perlomeno quando non è evidente alla vista- non ci è dato sapere e non è nemmeno importante per il ruolo che ricopriamo. A volte occorre indossare una mascherina che copre quasi tutto il volto: questo per tutelare la salute del bambino, dato che venendo dall’esterno tutti noi siamo portatori di batteri. Nella maggior parte dei casi i genitori non trovano parole per ringraziarmi, poiché senza nemmeno rendermene conto, con la mia sola presenza in stanza ho permesso loro di andare a fare due passi nella hospital street, magari bersi un caffè o prendere una boccata d’aria in cortile.

I coordinatori e la segreteria ricoprono inoltre il prezioso ruolo di connessione, oltre che con le famiglie, anche con il personale ospedaliero, per garantire la massima collaborazione in base alle esigenze specifiche di ciascun paziente. Talvolta i bambini ricoverati devono sottoporsi ad esami o terapie e dunque occorre posticipare o far saltare la lezione; altre volte qualche bimbo è stanco, non se la sente di lavorare e preferisce riposare. Ai docenti non resta che fare un passo indietro e mettersi a disposizione di qualche altro piccolo paziente.

Un altro pomeriggio ho avuto il piacere di lavorare con P., 15 anni, studente al liceo scientifico, malato oncologico. L’ho scoperto quando sono entrata: il suo cranio era rasato e segnato da profonde cicatrici sia nella parte anteriore che sulla nuca. Il colorito latteo, gli occhi infossati e cerchiati da occhiaie blu. Una visione che dà sgomento, è come un pugno nel petto che accartoccia il cuore. Non volevo che nei miei occhi si leggesse la compassione o, peggio, la pietà che provavo. Ho sfoggiato il mio miglior sorriso, mi sono presentata e ho cercato di mettere a mio agio P. agendo con più naturalezza possibile, come se fossi in procinto di aiutare con i compiti un mio alunno qualsiasi. Credo l’abbia apprezzato, penso che sentirsi “normali” sia il desiderio più grande in una condizione simile. È stata un’ora intensa, quando sono uscita da quella stanza e ho potuto disfarmi del sorriso che avevo indossato, ho avvertito un groppo in gola, gli occhi umidi. Ripercorrendo la torre per tornare in segreteria ho fatto una preghiera.

Potrei andare avanti per pagine e pagine: di bambini ne ho incontrati tanti e restano tutti nel cuore, ciascuno a modo suo.

È inevitabile, in un contesto un po’ speciale come questo si rischia ogni volta l’improvvisazione, si ha spesso paura di non trovare risposte adeguate per adolescenti che hanno già sofferto molto. Ma poi si fa un bel respiro, si entra in quella stanza sempre diversa ed ogni paura, quasi per magia, si dissolve.

 

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