L’inferno è la sofferenza di non essere più capaci di amare. Il rischio di una ricchezza chiusa su di sé

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In quel tempo, Gesù disse ai farisei: “C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe” (Vedi Vangelo di Luca 16, 19-31. Per leggere i testi liturgici di domenica 25 settembre, ventiseiesima del Tempo Ordinario, clicca qui) .

La parabola è raccontata solo da Luca. Luca è molto sensibile ai temi della povertà e della ricchezza.

IL  RICCO E IL MENDICANTE

Il primo protagonista della parabola è il ricco. È un uomo chiuso in sé, incapace di “vedere” il povero che gli sta vicino. È l’immagine classica del ricco stolto secondo la Bibbia, quello per il quale il cibo, il vestito elegante e le feste costituiscono la ragione di vita. È lo stesso tipo di ricco descritto dalla prima lettura dal rude profeta Amos: “Guai agli spensierati di Sion … Essi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell’arpa… bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. Perciò andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei buontemponi”.

Il secondo protagonista è “un mendicante di nome Lazzaro”. È un personaggio unico nelle parabole. Diversamente dal ricco, ha un nome, Lazzaro appunto, che significa “Dio aiuta”. Dunque il povero non è uno qualsiasi. Dio lo conosce e si prende cura di lui. Ha molta fame ma deve sfamarsi con le briciole che cadono dalla mensa del ricco. Dei cani che leccano le piaghe: è una scena che ritorna anche nel libro di Giobbe: il povero evangelico rimanda al grande povero del Vecchio Testamento. Solo che i cani nella bibbia, sono ritenuti animali cattivi e ripugnanti. È un altro elemento, quindi, che accentua la povertà di Lazzaro. È solo, solo con i cani.

IL MENDICANTE INVITATO AL BANCHETTO DEGLI AMICI DI DIO. IL RICCO ESCLUSO

Il povero muore e, dopo la sua morte, partecipa alla festa degli amici di Dio: viene trasportato “accanto ad Abramo”, alla lettera “nel seno di Abramo”. L’espressione è tipica della lingua ebraica ed è la stessa che viene usata in Gv 13, 23, dove si dice che il discepolo prediletto si trovava “al fianco di Gesù”, letteralmente “nel seno di Gesù”, cioè reclinato sul suo petto, al posto d’onore in un banchetto. Dunque il povero, che aveva dovuto cibarsi delle briciole cadute dal banchetto del ricco, diventa l’invitato privilegiato al banchetto dei cieli. E, dall’altra parte, mentre il povero è convitato felice nel banchetto dei cieli, colui che era ricco e banchettava lautamente, ne viene escluso: il povero è elevato fino ai cieli mentre il ricco è sepolto sotto terra, in inferno.

La conclusione è drammatica: il ricco che si è chiuso a Dio, che l’ha rifiutato rifiutando il fratello, resta escluso per sempre dalla festa degli amici di Dio. Chi ha rifiutato l’amore non può ricevere l’amore. Non solo ma non può “costringere” ad accettarlo chi è ancora in vita. Dio parla all’uomo attraverso gli uomini, Mosè e i profeti, e non costringe l’uomo ad accettare la sua parola.

SI PUÒ ALL’INFERNO GIÀ DA ORA

Si deve ribadire l’ispirazione fondamentale di tutta la parabola: non è un insegnamento su come è l’altra vita, ma su come deve essere questa.

Il rischio di una chiusura definitiva perché eccessivamente legati ai beni esiste. Tra di noi ci sono persone che sono già in inferno, perché non vedono i loro simili, non s’accorgono del loro bisogno. Quello che avviene dopo, per il ricco, è soltanto la conferma di ciò che era già prima. La vita del ricco epulone è già un inferno, perché è senza amore. Il povero nella sua diversità da noi è una provocazione: è come se ci dicesse: vediamo un po’ se sai amare davvero. Se non sono capace di un amore anche faticoso, non sono fatto per la vita. Per cui posso parlare della vita senza amore per capire l’inferno o viceversa: posso parlare dell’inferno per dire che cosa è la vita senza amore: è un bruciare senza senso.

Nel grande capolavoro di Dostoevskij si descrive la morte della starets Zosima, il quale, prima di morire, lascia ai suoi discepoli alcuni messaggi importanti. Uno di questi messaggi riguarda l’inferno. “Padri e maestri, io mi domando: ‘Che cos’è l’inferno?’ E do la seguente risposta: ‘La sofferenza di non essere più capaci di amare’”.

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