Meno trentenni e più culle vuote. Francesco Belletti: “La scelta di avere un figlio sta diventando quasi eroica”

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Ha sollevato un polverone la campagna (infelice) del ministero per incoraggiare gli italiani a fare più figli, l’ormai tristemente noto “Fertility day”. Messi da parte gli slogan, dimenticati i poster, vale la pena di indagare più a fondo nelle motivazioni di chi fatica a pensare di “mettere su famiglia”. Ne parliamo con Francesco Belletti, direttore del Cisf (Centro internazionale studi famiglia) di Milano.

Meno trentenni e più culle vuote. Una previsione del laboratorio di Statistica applicata dell’Università Cattolica di Milano, dichiara che l’Italia rischia di perdere una “potenziale” madre ogni cinque l’anno. Gli esperti parlano di “trappola demografica”: in Italia i nati nel 2015 sono stati 478mila: sotto i 500 mila bambini l’anno, considerati la soglia minima per sopravvivere al declino demografico. Forse ciò sta a significare che nel nostro Paese è sempre più alta la distanza tra il desiderio di maternità e la possibilità di realizzarla? Secondo Francesco Belletti, direttore del Cisf (Centro internazionale studi famiglia) di Milano, «Il paradosso è che da tutte le indagini emerge che mediamente gli Italiani desiderano quasi tutti avere almeno due figli, nei propri progetti di vita, ma poi se ne fanno, in media, a malapena 1,5. La situazione non consente nemmeno di perseguire i propri progetti e desideri, rispetto al numero di figli. D’altra parte avere un figlio, significa aumentare i costi e quindi abbassare il proprio reddito, e non c’è intervento pubblico che compensi questo impoverimento economico. Inoltre accogliere un figlio significa trasformare e sacrificare i propri stili di vita, di consumo, di mobilità, di vacanze, abitativi… I dati sulle nascite sono impressionanti e difficilmente si vede all’orizzonte una ripresa della natalità. Verrebbe quasi da dire che la scelta di avere un figlio sta diventando quasi “eroica”». È l’amara dichiarazione di Belletti, nato nel 1957, sposato e padre di tre figli, laureato in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Milano nel 1983, dal 2009 al 2016 consultore del Pontificio Consiglio per la famiglia, e dal 2013 al 2015 membro del Comitato organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici italiani, dal 2009 al 2015 Presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari.

Secondo le stime Istat, in Italia la percentuale di donne senza figli è salita da circa il 10% per la generazione del 1950 a oltre il 20% della generazione nata nel 1970. L’instabilità dell’occupazione, assieme all’incertezza nelle relazioni affettive, ha fatto alzare oltre i 30 anni il momento per iniziare a gettare solide basi per formare una famiglia propria? 

«La tendenza al rinvio delle scelte che portano alla vita adulta è in Italia molto più marcata che negli altri Paesi europei. E i nostri giovani sembrano non diventare mai adulti o autonomi. Le cause di queste specificità possono essere ricondotte a un doppio fattore: da un lato la società oggettivamente non offre grandi opportunità, né rimuove le barriere o le difficoltà dei giovani. Dall’altro, sia le famiglie e i genitori, sia i giovani stessi, fanno fatica a tagliare il cordone ombelicale. Così fare famiglia viene rinviato il più possibile, e anche la nascita dei figli viene vista come una sfida troppo alta, anch’essa rinviata in attesa “di tempi migliori”, che rischiano di non arrivare mai. Questo, spesso porta anche a fermarsi al primo figlio, che rimane figlio unico, anche questa è una situazione che sta crescendo. Il tutto dice di una grande paura del futuro, sia nel clima sociale, sia nel lessico e nelle paure più intime delle famiglie».

Per Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato, le parole chiave sono due: lavoro e padri. “Se non si investe sull’occupazione femminile e sulla possibilità delle potenziali madri di dividere il carico della famiglia, i bambini continueranno a essere pochissimi”. Ha ragione? 

«Condivido soprattutto la seconda parola chiave: in effetti nei confronti europei la condivisione da parte dei padri italiani della vita familiare (cura dei figli, ma anche gestione della casa, pratiche burocratiche, vita familiare in senso lato) rimane tra le più basse rispetto ad altri Paesi, e le mogli/madri italiane, inevitabilmente, subiscono tuttora un sovraccarico di compiti e di ruoli. È vero che le nuove generazioni di padri sono migliori di quelle di qualche anno fa; però il cambiamento è lento, e lo squilibrio ancora molto forte. Invece, rispetto al tema del lavoro, credo che non ci si debba limitare al nodo del lavoro femminile, ma si dovrebbe finalmente parlare di un “lavoro a misura di famiglia” per tutti, anche per i padri. Troppo spesso un padre non immagina nemmeno di potersi dedicare maggiormente a figli e casa, perché sarebbe fortemente penalizzato sul posto di lavoro. Quasi, oserei dire, più di una donna. La conciliazione lavoro-famiglia non solo è questione di donne: è – e deve diventare sempre più – questione di tutti».

Dietro al sogno che spesso diventa rimpianto, non ci sono soltanto la precarietà, l’assenza di welfare, le aziende ostili alle gravidanze, la mancanza di congedi maschili ma anche fattori culturali. “Le donne oggi vivono una contraddizione: da una parte la maternità è ostacolata da fattori oggettivi, dall’altra è enfatizzata all’estremo. Così, spesso, si finisce per rinunciare”, sostiene Barbara Mapelli, docente di Pedagogia delle differenze dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Concorda? 

«C’è del vero in questo rischio di “sovraccarico delle aspettative”; si aspetta il compagno perfetto, lo stipendio perfetto, la casa perfetta, e anche il figlio non può che essere perfetto (soprattutto se è unico). Si pretende anche di essere madri (o anche padri) “perfette”, e quindi le paure davanti a questo irrealistico ideale diventano spesso paralizzanti. Invece il mestiere di genitore è carico d’incertezze, possibilità di errore, rischi e difficoltà. Però non serve la laurea in pedagogia, per essere buoni genitori: serve la verità della propria esperienza, la testimonianza di credere nei propri valori, e la disponibilità a “perdere più tempo possibile” insieme ai propri figli. E comunque maternità e paternità rimangono una delle esperienze più belle che in assoluto possiamo sperimentare, nonostante i nostri limiti, ben al di là dei nostri meriti».

Le potenziali madri di 30/34 anni, sono esse stesse in riduzione, perché provengono dalle generazioni nate dopo il 1985, quando la fecondità italiana è precipitata a livelli tra i più bassi del mondo. Nella Sua veste di Direttore Cisf (Centro Internazionale Studi Famiglia) quali politiche occorrerebbe adottare per invertire questa tendenza e, anzi, riuscire a sostenere davvero la maternità? 

«La lista di interventi sarebbe molto lunga, ma soprattutto non bisogna illudersi che eventuali interventi di oggi abbiano effetto immediato. I cambiamenti demografici si sviluppano nel lungo periodo, e, nello specifico, se oggi interveniamo decisamente a favore della natalità, i primi risultati si potranno verificare entro i prossimi dieci-venti anni. Comunque il primo intervento dovrebbe essere proprio la consapevolezza che la crisi della natalità è diventata oggi una zavorra pesantissima per i progetti di futuro del nostro Paese. Investire sulla natalità, sui bambini che devono nascere, sulle giovani madri e sui giovani padri, significa costruire l’Italia di domani. Per questo sono contrario ai bonus, agli interventi episodici, alle una tantum, che pure aiutano la singola famiglia, ma non cambiano la situazione. Servono invece decisi sostegni fiscali – strutturali! – per le famiglie giovani e per la nascita del figlio, più servizi per la prima infanzia, più flessibilità lavorativa…. E opportunità di lavoro per i giovani. Chi mette al mondo un figlio investe almeno 25 anni della propria vita futura; occorre che la collettività condivida questo investimento in modo concreto, efficace e continuativo. E non dobbiamo lasciare soli i giovani padri e le giovani madri».

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