Nel cuore della città, nel cuore di Dio. Monaci nel centro di Parigi

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Foto: Pierre-Marie Delfieux, il fondatore dei “Monaci e monache di Gerusalemme”

Li avevo incontrati, per caso, molti anni fa, a Parigi, nella splendida chiesa di St.Gervais, posta dietro all’Hotel de Ville, vicino a Notre-Dame. Ero rimasto colpito dalla bellezza della liturgia e da alcuni fogli, con la loro regola, che avevo trovato su un tavolo, in fondo alla chiesa. In quelle pagine, ricche di parole bibliche, riferimenti patristici e citazioni di mistici, avevo colto qualcosa di antico e di incredibilmente moderno, capace di provocare passione per la vita e passione per un Dio nascosto dentro le pieghe della storia umana. Nei “monaci e nelle monache di Gerusalemme” – questo era il nome della fraternità incontrata a St.Gervais – avevo colto una profondità e, insieme, una leggerezza evangelica affascinante. In una realtà come quella francese, segnata da profondi processi di scristianizzazione, era singolare veder rifiorire esperienze nuove ed originali da alberi millenari. E poi mi intrigava l’idea di essere “monaci nella città”, uomini e donne testimoni dell’Assoluto dentro le caotiche strade del nostro tempo. Erano gli anni di Carlo Carretto e del suo libro Il deserto nella città, gli anni di Spello e di Taizè con i loro inviti continui a stare dentro la storia con un cuore contemplativo, dentro il mondo ma custodendosi dallo spirito del mondo. Gli anni di una fede che – percepivamo confusamente – non poteva fuggire dalle vicende umane e, insieme, non radicarsi sull’essenziale.

NEL DESERTO DELLE CITTÀ

A Parigi, il monaco incontrato per caso all’uscita della sagrestia, dopo una liturgia  essenziale e ben curata, mi raccontò che tutto nacque per merito di un giovane prete parigino, Pierre-Marie Delfieux, nato nel sud della Francia, già cappellano degli studenti della Sorbona, poi eremita per due anni nell’Assekrem, nel deserto del Sahara. Tra le dune care a Charles de Foucauld, Pierre Marie maturò l’idea di fondare “nel deserto delle città” fraternità monastiche urbane per rispondere ad una chiamata della Chiesa di oggi e del mondo di questo tempo. In accordo con il cardinal Marty, a Parigi, nella festa di Ognissanti del 1975, nasceva la prima comunità monastica di Gerusalemme. Da quel momento, fratelli e delle sorelle, laici e consacrati, hanno iniziato un’avventura spirituale che, in pochi anni,  è riuscita ad aggregare molti giovani: oggi sono più di duecento tra fratelli e sorelle; una ventina di questi sono italiani. I “monaci di Gerusalemme” li avevo persi di vista ma girando qua e là per la Francia mi capitava di incontrarli e, sempre, in posti di grande storia e di straordinaria bellezza: Mont St.Michel, il complesso monastico costruito su di un isolotto di fronte alla costa della Normandia, Strasburgo, Vézelay, l’antico villaggio borgognone, dove si trova la splendida basilica medievale dedicata a Santa Maddalena. E anche nel mio girovagare in Italia li ho incontrati alla Badia di Firenze, il più antico monastero, centro religioso della città, la chiesa di cui Dante parla nella Divina Commedia e in cui Boccaccio fece la prima lectio dantis  ma anche la chiesa dove, in un passato più recente, il professor La Pira, straordinario sindaco degli anni sessanta, la domenica mattina radunava i poveri per la messa e per offrire loro qualcosa da mangiare, e a Roma, alla chiesa di Trinità dei Monti, in cima alla splendida scalinata (oggi transennata) di Piazza di Spagna.

UN MONASTERO CHE HA IL PERIMETRO DELLA CITTÀ

Tre anni fa, Pierre-Marie Delfieux è morto ma le fraternità continuano a vivere la fedeltà al Vangelo secondo le sue intuizioni. Nell’ultima mia sosta a Vezelay ho incontrato fra Victore Marie e gli ho chiesto chi sono realmente le monache e i monaci di Gerusalemme. Mi ha risposto così: “Ciò che, tra i monaci,  ci distingue è in particolare il fatto di essere dei cittadini inseriti nel contesto delle grandi città e di seguire il ritmo urbano. Per questo lavoriamo nelle città e preghiamo in una chiesa aperta sulla città. Siamo salariati: lavoriamo part time per essere solidali con la maggior parte degli uomini d’oggi che percepiscono un salario e per volere guadagnare da vivere senza arricchirci. Siamo inquilini sia per quanto riguarda le nostre abitazioni che le chiese che ci vengono solitamente affidate. La nostra regola prevede di non essere propriet

ri di nulla. Non abbiamo clausura circoscritta da mura. Il nostro monastero è la città. Infine, siamo inseriti nella realtà della Chiesa locale, secondo le esigenze del Concilio Vaticano II, in stretto legame con il vescovo in ogni città in cui siamo presenti”.  L’essenziale del loro carisma è racchiuso, oltre che nelle Costituzioni dei fratelli e delle sorelle, nel “Libro di vita”, tradotto in più di venti lingue e pubblicato in italiano dalle edizioni San Paolo. Il testo non è tanto una regola propriamente detta, quanto un itinerario spirituale, che indica gli orientamenti di fondo della via dei fratelli e delle sorelle di Gerusalemme.

MINISTRI DI INQUIETUDINE

Una clausura dunque non circoscritta da mura perché il monastero ha i contorni della città. Una città che non è solo lo spazio urbano dove vivono i discendenti di Caino o la parabola di una Babele molteplice e confusa, ma anche lo spazio in cui Dio abita e si fa presente. Eppure, ho chiesto a fr. Antoine che ho incrociato a Firenze, stare nel mondo significa a  volte stare dentro una realtà nella quale a volte Dio pare muto…

– Credo che Dio parli in uno stile umile, discreto e noi spesso, io per primo, non riusciamo a sentirlo. Dio parla anche oggi e, in Gesù, dice, di nuovo, tutto. In Gesù abbiamo la pienezza della rivelazione sulla storia, su noi stessi, su Dio. Bisogna mettersi in ginocchio e renderci disponibili a sentire ciò che Egli vuole da noi.

Cosa volete essere per gli uomini del nostro tempo?

– Dovremmo essere ministri di inquietudini: essere un punto interrogativo, mettere in crisi chi ha bisogno di essere risvegliato. Penso a Maria Maddalena de’ Pazzi che, nel Cinquecento, proclamava che l’amore non è amato e non temeva di suonare le campane del suo monastero cittadino per risvegliare il nostro mondo che dimentica Dio. Questo credo sia il nostro compito… La vita monastica è profetica. La profezia però non è una cosa che “facciamo” noi! È lo Spirito Santo che ci usa e passa per le nostra fragilità per dire qualcosa al mondo, per svelargli la presenza di Cristo.

La profezia è ribadire il primato di Dio?

– Sì, l’amore di Dio, e quindi il suo primato. Occorre gridare con la vita, senza stancarsi, la tenerezza di Dio. Il nostro Libro di vita comincia con una parola che è un pò come la chiave di sol di tutto lo spartito: “Ama! Accogli  con tutto te stesso l’amore con il quale Dio ti ama per primo.” Questo va gridato sui tetti!

 

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