Madre Teresa di Calcutta diventa santa. Il ritratto dell’arcivescovo Giovanni Marra: «Il suo credo era amare e servire gli ultimi»

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Il 4 settembre 2016 in Piazza San Pietro, Papa Francesco proclamerà santa Madre Teresa di Calcutta, un giorno prima del 19° anniversario della sua scomparsa, avvenuta a Calcutta il 5 settembre 1997. Insieme a più di cento tra vescovi e cardinali che concelebreranno la Messa con il Pontefice, ci sarà anche Mons Giovanni Marra, Arcivescovo emerito di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela, che conosceva bene Madre Teresa, alla quale era legato da un rapporto di profonda stima e amicizia.
«La beata di Calcutta durante l’intero arco della sua vita ha praticato tutte le opere di misericordia, vivendole in prima persona insieme alle sue consorelle con grande amore. Amare e servire il prossimo, gli ultimi, è sempre stato il credo di questa piccola grande donna, un gigante del Novecento, nata il 26 agosto 1910 a Skopje, in una famiglia benestante. I genitori albanesi erano originari del Kosovo. Lei ha dedicato tutta la sua vita ai poveri e ai diseredati dell’India» chiarisce monsignor Marra, nato a Cinquefrondi, in provincia di Reggio Calabria, il 5 febbraio 1931.

La canonizzazione costituirà un momento culminante del Giubileo della Misericordia, perché la religiosa albanese, fondatrice delle Missionarie della Carità, è diventata l’esempio più conosciuto della misericordia, della carità estesa a tutti, aperta a ogni tipo di sofferenza e povertà. «Siamo vissuti come animali, ma qui siamo curati come angeli», ripetono sempre i pazienti del Nirmal Hriday di Calcutta, prima casa aperta dalla suora e luogo di «sofferenza», che raccoglie malati terminali (aids, cancro, tubercolosi) e moribondi.

Raggiunto telefonicamente nell’isola di Vulcano dove è ospite presso la Parrocchia dei SS Angeli Custodi, Mons Marra ripercorre per noi le tappe fondamentali del rapporto con Madre Teresa. «Il 20 giugno del 1986 quando fui consacrato vescovo dal cardinale Ugo Poletti nella Basilica di San Giovanni in Laterano, ho voluto che le consorelle di Madre Teresa fossero presenti durante l’Offertorio. Madre Teresa non c’era quel giorno però quando mi venne a trovare al Vicariato di Roma, dove ero segretario generale, mi portò una piccola icona della Madonna proveniente dalla Grecia», rammenta Marra, generale di corpo d’armata, dal 5 marzo 2011 al 31 maggio 2012 amministratore apostolico ad nutum Sanctae Sedis della diocesi di Orvieto-Todi.

Monsignor Marra, quando conobbe Madre Teresa di Calcutta?
«Nei primi anni Settanta lavoravo in Vaticano presso la Segreteria di Stato, nel pomeriggio mi occupavo di un gruppo di giovani che facevano parte della parrocchia romana della Chiesa di Santo Spirito in Sassia, diventata nel 1993 Centro di Spiritualità della Divina Misericordia, legato alla figura di suor Faustina Kowalska. Un giorno questi ragazzi espressero il desiderio di incontrare Madre Teresa ed io mi interessai in tal senso. In quei giorni la futura santa si trovava a Roma, perché com’era sua consuetudine doveva presenziare alla processione delle novizie appartenenti all’Ordine da lei istituito, provenienti da ogni parte del mondo. Al termine della Messa alla quale assistei insieme ai ragazzi, ci avvicinammo, scambiammo alcune parole con Madre Teresa invitandola in parrocchia. La suora accolse il nostro invito, parlò alla comunità accorsa per conoscerla. Da allora nacque e si sviluppò durante gli anni il mio rapporto con Madre Teresa, la quale aveva una grande venerazione per tutte le creature umane, per la vita. Non l’ho mai dimenticata».

Che ricordi conserva della santa?
«Sono tanti i ricordi che mi legano a Madre Teresa. Rammento quando Giovanni Paolo II decise di creare a Roma un’opera sociale a favore delle ragazze madri a ricordo del Sinodo sulla Famiglia. A quel tempo, erano i primi anni Ottanta, fui incaricato di tenere i rapporti con Madre Teresa per avviare questa opera di misericordia in locali che la Santa Sede aveva trovato in un edificio di una ex scuola a Primavalle. Anche dopo l’avvio della casa per ragazze-madri, continuai a seguire questa nuova realtà. Le ragazze-madri ospiti del centro di accoglienza erano soprattutto straniere, extracomunitarie spesso clandestine e attorno a questa iniziativa venne creato un gruppo di volontari, tra i quali anche alcuni medici. Questi ultimi si lamentarono con Madre Teresa, perché temevano di essere coinvolti in attività illegali, perché, ripeto, alcune ragazze erano entrate in Italia illegalmente. Madre Teresa, dal fisico minuto ma dal carattere energico, si rivolse così a questi medici: “Come potete pensare che una ragazza-madre clandestina che bussa alla porta di Madre Teresa in cerca di accoglienza possa essere mandata via? Questo non accadrà mai! La porta di Madre Teresa si aprirà sempre per tutti”. Assistetti in prima persona a questo eloquente esempio di misericordia. All’interno dell’edificio, mi preoccupai di far trasformare un locale in una piccola cappella. Madre Teresa il giorno dell’inaugurazione per ringraziarmi si tolse la corona che portava appesa all’abito e me la porse. Conservo questa corona come se fosse una reliquia. Forse è superfluo aggiungere che la casa di accoglienza per ragazze-madri di Primavalle esiste ancora. Durante uno dei tanti viaggi romani di Madre Teresa, il suo cuore generoso fece i capricci (“i medici dicono che ho un cuore cattivo, “bad heart”, ma nessuno ci crede…”) e venne ricoverata in una clinica. Spesso mi recavo a trovarla e lì nella sua stanza, celebravo la Messa, facendo diventare il carrello delle vivande, un altare. In quel periodo, Madre Teresa rimase in clinica alcuni mesi, ricevette la visita dell’allora sovrano belga Baldovino e di sua moglie, la regina Fabiola».

Madre Teresa (beatificata nel 2003 dal Pontefice polacco) e San Giovanni Paolo II, un’amicizia preziosa. Ce ne vuole parlare?
«Quando il 13 maggio 1983 Papa Wojtyla subì l’attentato in Piazza San Pietro, la suora si trovava a Firenze. Appresa la notizia, Madre Teresa mi fece sapere che sarebbe venuta subito a Roma al Policlinico Gemelli per visitare il Papa. Avevamo predisposto l’incontro ma una volta al Gemelli, pieno di giornalisti, operatori di ripresa e molti curiosi, fu difficile fendere la folla per raggiungere l’atrio, e fui costretto a proteggere personalmente la suora. Lì al Gemelli, in quei giorni della degenza del Santo Padre, era stato costituito una specie di ufficio di accoglienza per tutte le personalità che si recavano a visitare il Pontefice. In quella stanza Madre Teresa cominciò a dire che voleva assolutamente vedere il Papa, ma la cosa non era consentita a nessuno, Papa Wojtyla era stato operato da soli due giorni. Allora Madre Teresa chiese e ottenne di parlare con il professor Francesco Crucitti, meglio conosciuto come il “chirurgo del Papa” per aver operato quattro volte San Giovanni Paolo II. Il colloquio si svolse davanti ai miei occhi, Madre Teresa domandò al medico le condizioni del Papa, le prospettive future, ecc… e al termine prelevò dalla sacca che recava sempre con sé a tracolla della sua semplice veste, una medaglietta della Madonna miracolosa, consegnandola nelle mani di Crucitti. “Mi deve assicurare che questa medaglietta sarà consegnata al più presto al Santo Padre”, disse Madre Teresa prima di lasciare in un libro un messaggio di pronta guarigione per Giovanni Paolo II. All’uscita dal Policlinico, diffusasi la notizia della presenza di Madre Teresa al Gemelli, i pazienti, i familiari dei ricoverati e i medici, si erano raccolti per salutarla e per ricevere da lei una sorta di benedizione».

Questa suora minuta dal volto rugoso, avvolta nel suo sari bianco e azzurro, icona dell’amore cristiano, per i “più poveri tra i poveri” e simbolo di bontà, possiede una profonda affinità con il papa che la innalzerà alla gloria degli altari i primi di settembre. Basti pensare al riferimento di Madre Teresa di Calcutta al capitolo 25 di Matteo, “I poveri sono i non amati, i non voluti… saremo giudicati dall’amore, e il povero è Gesù”. Che cosa ne pensa?
«Certamente, c’è una profonda affinità che lega Papa Francesco a Madre Teresa, perché entrambi partono dal principio che i cristiani debbano occuparsi di quelli che la cultura del mondo di oggi respinge, rifiuta. Invece bisogna avere compassione, comprensione, carità, amore e misericordia nei confronti dei poveri del Pianeta. Soprattutto occorre rendere servizio concreto per sanare le situazioni più difficili nelle quali l’uomo si viene a trovare».

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