Tre storie di donne, violenza, bullismo su internet e webeti. Uno stupro non si può giustificare

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Una bambina, una ragazza ed una giovane donna, tre storie solo apparentemente diverse eppure così drammaticamente simili. A unirle, il filo rosso della violenza e della sopraffazione, un perverso gioco al potere e al massacro che pure quando è smascherato cuce addosso alla vittima – sì, alla vittima – la lettera scarlatta della riprovazione, della condanna e della vergogna?

Le vicende della ragazzina di Melito Porto Salvo (stuprata per tre anni, da quando ne aveva tredici, dal branco che faceva capo al rampollo di una famiglia ‘ndranghetista locale), della ragazza di Rimini ubriaca violentata nel bagno di una discoteca e filmata dalle amiche e della trentunenne napoletana Tiziana Cantone morta suicida a seguito della diffusione non autorizzata di un video hard amatoriale che la vedeva protagonista si assomigliano in modo inquietante: non tanto nel contesto, quanto piuttosto nelle modalità in cui la violenza si è manifestata e nelle sue conseguenze. In tutti e tre i casi, è stato uno stupro di gruppo: due reali e uno virtuale, ma ugualmente devastanti. In tutti e tre i casi, c’è una vittima additata come “prostituta”: nel primo una bambina colpevole di essersi innamorata dell’uomo sbagliato, nel secondo una ragazza che ha accettato da bere da uno sconosciuto e quindi “che si aspettava?”, nel terzo una giovane donna con l’unica macchia di aver voluto vivere liberamente la sua sessualità . In tutti e tre i casi, c’è una comunità che si accanisce: a Melito Porto Salvo il paese e addirittura la famiglia cercano di insabbiare la cosa, coprire la vergogna e successivamente rimarcare il fatto che la ragazzina “se l’è cercata”; nel caso di Rimini, sono le amiche che si fanno complici della violenza, filmandola anziché intervenire e postando poi i video su Whatsapp; nel terzo caso, invece, è la community a trasformare Tiziana in una pornostar, in una sgualdrina o in una che si merita il linciaggio perché dopotutto “stava tradendo il suo fidanzato”.

Diverso, nelle tre storie, è l’esito finale: la ragazzina calabrese trova il coraggio di scrivere ciò che le sta succedendo in un tema, gli insegnanti capiscono, si passa alle denunce, a sostegno della giovanissima si schierano associazioni e cittadini: se anche il silenzio omertoso di Melito Porto Salvo è pesante come un macigno, quelle voci che si sono levate a condanna di quanto accaduto in un simile contesto pesano altrettanto, ma in positivo. Anche la 17enne di Rimini denuncia, in questo caso con il sostegno della madre. Tiziana Cantone, invece, ha dapprima provato a reagire alla vergogna, ha cambiato residenza, denunciato gli episodi di bullismo on-line, chiesto la rimozione dei video, ma non è bastato: si è tolta la vita ieri mattina, incapace di sopportare oltre la pubblica gogna. Nemmeno questo è stato sufficiente: nemmeno la morte ha tacitato le cattiverie di chi sul web non la conosceva ma si sentiva in diritto di pensare che, lei, la diffusione di quei video l’avesse addirittura voluta e non fosse quindi una vittima.  Alcuni esempi? “Poteva condurre una vita più tranquilla… dispiace che sia morta, ma resta comunque una grande zoccola”, “il rispetto davanti alla morte è dovuto a tutti, ma la morte non potrà mai cancellare il passato”, “spero che questa sia una lezione per tutte le donne che si divertono senza pensare alle conseguenze di ciò che fanno”, “Ha fatto un video dove tradiva il suo ragazzo apertamente e ne ha pagate le conseguenze quando è stato messo online. Il suicidio lo vedo solo come una via di fuga dal prendersi le sue responsabilità. Nessuna preghiera”.

Sono commenti prevalentemente di uomini (ma non solo), tanto più aberranti se si pensa che non una parola è stata invece spesa, ad oggi, verso quella persona che i video li ha pubblicati senza il consenso di Tiziana, o su tutti quegli utenti che nei mesi scorsi li hanno commentati e diffusi, probabilmente sghignazzando davanti all’ennesimo filmato hot amatoriale e sentendosi superiori.

Perché alla fine la questione, in tutti e tre i casi, riguarda sempre il potere: il potere di un uomo su una donna – sia egli un finto innamorato che ti divide per tre anni con gli amici, uno sconosciuto incontrato in discoteca o un amante che dà in pasto un momento di intimità al web – e il potere che la società direttamente o indirettamente continua ad assegnare a questo tipo di uomini. Poco importano le motivazioni per cui ciò avviene: si tratti di omertà mafiosa, di stupidità adolescenziale o di scollamento totale della percezione tra ciò che è web e ciò che è reale, quello che conta è che le voci a condanna di questi episodi non sono state univoche. Ci sono state, certo: ma è possibile che ancora tante – troppe – persone nel 2016 siano incapaci di comprendere che non possono essersi giustificazioni per un branco di trentenni che violentano per tre anni una bambina di 13, che una ragazza ubriaca non sta acconsentendo ad essere violentata e che una giovane donna che accetta di fare un video esplicito in un momento di intimità non sta automaticamente accettando di essere sbranata pubblicamente anche post mortem come “zoccola”?

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