La lettera del Vescovo Francesco: una riforma per dare nuovo slancio ai vicariati. E la fraternità come stile di vita

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Riportiamo uno stralcio della lettera circolare del vescovo di Bergamo Francesco Beschi “Camminare insieme nella gioia del Vangelo” che sarà presentata venerdì 23 settembre all’assemblea diocesana. Il testo si può scaricare interamente dal sito della diocesi www.diocesibg.it . La parte che estrapoliamo riguarda la riforma dei vicariati e la creazione delle fraternità sacerdotali.

Nel corso di quest’ultima visita, ho avvertito crescere e delinearsi in maniera sempre più chiara l’esigenza di un ripensamento e di un rilancio dei Vicariati locali.

La storia e la definizione dei Vicariati locali, merita di essere approfondita per cogliere le ragioni e le modalità con cui sono stati realizzati.

La situazione attuale è caratterizzata dalla presenza di ventotto Vicariati locali. Ogni Vicariato è presieduto da un Vicario locale nominato dal Vescovo; gli organismi previsti sono il Consiglio presbiterale vicariale e il Consiglio pastorale vicariale. I confini e le finalità del Vicariato e le responsabilità del Vicario locale sono definiti dal Vescovo e ultimamente riproposti dal Sinodo diocesano.

A partire dal Concilio la fisionomia del Vicariato assume sempre più i connotati dell’impegno pastorale in rapporto al “territorio”, inteso come insieme dei mondi vitali e rappresentativi e delle loro interazioni; proprio per questo diventa luogo ecclesiale in cui si esprime in modo significativo la vocazione e la missione dei laici e la loro corresponsabilità.

Il Vicariato diventa condizione concreta di promozione e coordinamento di una pastorale condivisa.

La situazione iniziale segnata da fervore e speranza si è progressivamente indebolita per ragioni che ricordo sommariamente: il venir meno della spinta partecipativa a tutti i livelli; la pesantezza e l’impressione di inutilità degli organismi pastorali; la debolezza del Vicariato nei confronti della Parrocchia e della figura del Parroco; la nascita delle Unità pastorali e la sensazione di una moltiplicazione insostenibile di strutture ecclesiali; il ripiegamento su dinamiche interne alla comunità cristiana; la difficoltà ad esprimere in modo generativo il rapporto tra comunità cristiana, società civile, storia contemporanea; il venir meno di una presenza laicale a livello di responsabilità programmatiche; la difficoltà a sostenere le finalità iniziali del Vicariato a fronte della diminuzione e dell’invecchiamento del clero e anche dei laici. Un segnale in questo senso è rappresentato dal fatto che circa la metà dei Vicariati locali non ha costituito e non avverte più la necessità del Consiglio pastorale vicariale. Le ragioni ricordate mi sembra richiedano una riforma di questa struttura ecclesiale.

Lintimità della Chiesa con Gesù è unintimità itinerante, e la comunione «si configura essenzialmente come comunione missionaria». Fedele al modello del Maestro, è vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura. La gioia del Vangelo è per tutto il popolo, non può escludere nessuno” (EG 23).

 

Si tratta di perseguire quattro finalità pastorali:

  • promuovere e alimentare il rapporto con il “territorio”, assumendo come riferimento i cinque ambiti indicati dal Convegno ecclesiale di Verona: amore e relazioni, lavoro e festa, fragilità umane, tradizioni ed educazione, cittadinanza e politica;
  • suscitare e riconoscere la corresponsabilità dei laici a partire dalle loro competenze negli ambiti ricordati;
  • sostenere una formazione qualificata degli operatori pastorali;
  • delineare alcune forme di intesa pastorale nell’ambito del Vicariato.

 

L’orizzonte della riforma è delineato dalla prospettiva dell’evangelizzazione e del servizio evangelico della Chiesa ad ogni persona umana; dal riconoscimento del ministero presbiterale, della vocazione laicale sia personale che comunitaria, della testimonianza della vita consacrata e dei diversi carismi, nelle loro connotazioni proprie; dalla collaborazione tra i diversi soggetti ecclesiali nella prospettiva di forme di incontro, dialogo e sinergia con i soggetti istituzionali, sociali e culturali presenti sul territorio.

La riforma prevede la definizione di Vicariati di dimensioni più grandi, che assumono il nome di Vicariati territoriali.

Le maggiori dimensioni non sono semplicemente l’allargamento degli attuali Vicariati, ma espressione di coerenza geografica e storica e soprattutto di rilevanza sociale e culturale: rappresentano concretamente la condizione che consente di perseguire con maggior efficacia le finalità indicate.

La struttura del Vicariato è costituita dalle parrocchie, dalle unità pastorali, dalle fraternità presbiterali, dalle comunità di vita consacrata e dalle aggregazioni laicali presenti in quel territorio.

Gli organismi che danno forma al Vicariato sono: il Consiglio pastorale territoriale, la Giunta presbiterale, il Vicario territoriale.

 

LA COSTITUZIONE DELLE FRATERNITÀ PRESBITERALI

La sommaria descrizione della riforma dei Vicariati, mette in evidenza due aspetti di grande importanza: la proiezione del Vicariato territoriale in direzione di prospettive esistenziali, sociali e culturali definite dai cinque ambiti di Verona; la promozione della responsabilità laicale in rapporto a questa figura di Vicariato.

Tra le conseguenze più vistose di queste scelte possiamo annoverare la costituzione di un unico Consiglio vicariale: il Consiglio pastorale territoriale, sulla cui composizione e finalità ritorneremo in altra occasione.

L’allargamento quantitativo del Vicariato e le sue nuove competenze pongono in modo nuovo la questione della figura e della missione del presbitero e particolarmente del presbiterio nella sua forma locale.

Ogni presbitero ordinato entra in un legame particolare con il Vescovo e con gli altri presbiteri. Il Concilio ha evidenziato in maniera forte questa appartenenza e nei decenni trascorsi abbiamo cercato di manifestarla concretamente in modi diversi.

Ora, in occasione di questa riforma, si tratta di rilanciarla attraverso una figura relativamente nuova: quella della “fraternità presbiterale”.

Si tratta innanzitutto di uno stile di vita che caratterizza l’intera comunità cristiana e che Papa Francesco ha ultimamente indicato come la risposta cristiana alla frammentazione, alle divisioni, alle ostilità e alle guerre del nostro tempo.

Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la «mistica» di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un pocaotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio” (EG 87).

“Lì sta la vera guarigione, dal momento che il modo di relazionarci con gli altri che realmente ci risana invece di farci ammalare, è una fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano, che sa sopportare le molestie del vivere insieme aggrappandosi allamore di Dio, che sa aprire il cuore allamore divino per cercare la felicità degli altri come la cerca il loro Padre buono. Proprio in questa epoca, e anche là dove sono un «piccolo gregge» (Lc 12,32), i discepoli del Signore sono chiamati a vivere come comunità che sia sale della terra e luce del mondo (cfr Mt 5,13-16). Sono chiamati a dare testimonianza di una appartenenza evangelizzatrice in maniera sempre nuova. Non lasciamoci rubare la comunità!” (EG 92).

Ricordo con discrezione che io stesso ho dedicato al tema della fraternità la lettera pastorale del 2012.

I Vescovi italiani, riflettendo sulla vita del presbitero e sul discernimento della vocazione a questo ministero, hanno recentemente sottolineato come decisiva la dimensione della fraternità, indicandola come necessaria modalità del ministero pastorale e non semplicemente come “oasi” di rigenerazione spirituale per alcuni. Si tratta di prospettare condizioni favorevoli ad un rilancio ecclesiale della “fraternità presbiterale” come stile di vita.

Ma questa espressione non indica soltanto uno stile: nell’ambito della riforma dei Vicariati, essa diventa indicativa di un concreto modo di stabilire i rapporti tra preti che vivono sullo stesso territorio. Date le dimensioni che assume il prospettato Vicariato territoriale, diventa necessario riformulare i rapporti tra presbiteri, privilegiando le dimensioni relazionali.

La “fraternità presbiterale” consiste in relazioni impegnative tra un numero limitato di presbiteri (una ventina), che vivono e lavorano in parrocchie contigue e si alimenta ad una serie di impegni condivisi che vengono definiti da loro stessi, dal presbiterio diocesano nel suo insieme e dal Vescovo. Già oggi il presbiterio di un Vicariato vive queste relazioni, spesso connotate da scelte e impegni pastorali condivisi. Ora si tratta di accentuare questi aspetti relazionali nella prospettiva di modalità nuove di servizio pastorale.

La “fraternità presbiterale” prende dunque la forma di un gruppo di presbiteri che vivendo rapporti significativi tra loro, diventano segno e testimonianza di una fraternità più vasta che abbraccia l’intera comunità: non si tratta dunque di una fraternità chiusa ed esclusiva, piuttosto di un segno e di un fermento che alimenti le relazioni dell’intera comunità.

Particolarmente, la “fraternità presbiterale” si propone di favorire l’alimentazione della fede del presbitero e delle sue competenze pastorali, l’esperienza della Grazia del ministero, uno stile di vita in cui gli aspetti comunitari possano emergere in maniera significativa, la condivisione dell’impegno pastorale.

Si tratta nel corso di quest’anno, di definire le finalità della fraternità presbiterale, le modalità della loro costituzione, le condizioni della loro esistenza, alla luce di queste indicazioni.

Le “fraternità presbiterali” non saranno una struttura ecclesiale parallela o alternativa al Vicariato territoriale; in ogni Vicariato vi saranno più “fraternità presbiterali”; ogni fraternità prevederà la figura di un “presidente” o “primus inter pares” che potremmo chiamare “moderatore della fraternità”.

La storia di molteplici esperienze già vissute e quella delle Comunità presbiterali diocesane arricchiranno questo processo.

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