C’era una volta l’ottavario dei morti. Le tradizioni dimenticate. Le processioni, le preghiere, la predicazione

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Preghiere e suffragi per i defunti, anche quelli dimenticati. Tridui, fiori sulle tombe, fotografie dei propri cari nelle case. Sono le caratteristiche, arrivate a tempi recenti e per alcuni tratti anche ai giorni nostri, della pastorale della morte, che ha sempre rivestito importanza fondamentale nelle parrocchie e nella vita dei cristiani. Era ed è una pastorale capace di riunire le sfere religiosa, civica, sociale, e finalizzata a scuotere l’uomo dal torpore spirituale pensando al suo destino finale.

L’iniziativa che un tempo calamitava i fedeli era il Triduo dei defunti o l’Ottavario dei morti. Per favorire la partecipazione, si tenevano nella stagione invernale, quando la gente era libera dal lavoro dei campi, e in date non coincidenti con le parrocchie vicine. Malgrado la povertà, per dotarsi di sontuosi apparati — per esempio Gandino — la popolazione non esitava a contribuire economicamente con offerte in denaro o in natura. La predicazione aveva come tema i Novissimi (morte, giudizio, Inferno, Paradiso), sviluppato con toni spesso lugubri e con un denominatore comune: la vita intera doveva essere una preparazione alla buona morte in attesa del terribile giudizio di Dio, visto più come giudice inflessibile che come Padre misericordioso. La tradizionale processione al cimitero voleva suffragare i defunti e ravvivare nei vivi la fede nella risurrezione. I vivi suffragavano i defunti. A loro volta, dall’aldilà, i defunti intercedevano per i bisogni spirituali e materiali dei vivi e con forza maggiore se in vita erano stati uomini timorati di Dio o santi sacerdoti. Al riguardo, anche se non diffusissima in Bergamasca, era consuetudine in alcune parrocchie, prima della sepoltura, collocare per alcuni giorni in chiesa su una sedia il corpo del parroco defunto, per esprimergli riconoscenza e per chiedergli di continuare a vegliare sulla comunità.

Il suffragio si esprimeva anche quotidianamente con preghiere, giaculatorie, Rosario, pensando anche ai defunti dimenticati, per i quali nessuno pregava. In occasione del Triduo, in alcune parrocchie si teneva la questua di generi commestibili o di denaro, poi trasformato in buoni acquisto per le famiglie povere. Il tema della morte veniva ripreso anche nell’iconografia cimiteriale laica. Sopra l’ingresso dei cimiteri si innalzava la statua dell’angelo che reggeva in una mano la bilancia (il bene e il male compiuti), mentre l’altra indicava severamente il Cielo, rammentando il terribile giudizio divino.

Il suono particolare della campana della chiesa, un tempo da tutti decodificato, annunciava la morte di un cristiano, la cui dipartita era sentita coralmente dall’intera comunità. La devozione comune e la sensibilità popolare consideravano opere meritorie la visita frequente al cimitero, il decoro delle tombe e porre fiori su quelle dimenticate o trascurate. Diffusissima l’usanza di conservare nelle case le fotografie dei parenti defunti. In quella che è stata definita «religione domestica», erano considerati come protettori della famiglia. Ai giovani si narrava la vita dei parenti defunti, per sottolinearne la religiosità, l’onestà e la laboriosità.

In tempi di guerre, un posto particolare spettava alle preghiere per i soldati morti e per quelli che continuavano a combattere. Bellissima la preghiera che si recitava nel santuario di Albano. Riprendendo il racconto dell’Apparizione (Maria con una luce indica la via del cammino a due viandanti smarriti nelle tenebre) si invocava la Madonna delle Rose di permettere ai propri congiunti di trovare la strada del ritorno verso casa.

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