Troppi compiti a casa per gli studenti? E’ un vero tormentone, un evergreen

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Troppi compiti a casa per gli studenti. O no? Se ne discute. Ancora, viene da dire, perché quello dei compiti, con mille variazioni, è un vero e proprio tormentone, ricorrente e, va detto, il più delle volte inconcludente. Già, perché all’interno delle innumerevoli discussioni rimbalzano le posizioni più diverse che, alla fine della “battaglia”, restano immutate. Del resto, la questione compiti non è facilmente generalizzabile e presenta una serie di attenzioni particolari, di “distinguo”, ciascuno valido e sacrosanto. Per cui, alla fine, tutti hanno ragione su tutto e le più diverse posizioni sono allo stesso modo convincenti. E in sostanza tutto resta come prima della discussione, in attesa della prossima.
I più incriminati sono i cosiddetti “compiti delle vacanze”, e la fascia di età più sotto i riflettori è normalmente quella dei bambini delle elementari. E qui le teorie si sprecano. Durante le vacanze il compito principale dei bambini è di stare con i propri genitori, dice qualche pedagogista/maestro/educatore a vario titolo. E aggiunge che i bambini devono avere soprattutto tempo libero, per dedicarsi alle loro passioni, al gioco, senza dimenticarsi di “ammirare la natura”. Suggerisce poi che i compiti da dare a questi bambini, piuttosto che riassunti, letture, brevi componimenti, disegni e quant’altro, potrebbero essere quelli di “accompagnare al cinema la nonna”, o la mamma. E poi naturalmente discuterne insieme. Che dire? Belle cose, magari ricordando anche che per la maggior parte dei bambini, nelle città, in contesti familiari dove le esigenze di lavoro delle famiglie penalizzano fortemente le dimensioni relazionali, il tempo libero significa spesso divano e televisione, o telefonino. Da soli.
Ci sono poi i compiti “quotidiani”, quelli da fare a casa durante la normale attività scolastica. Troppi? Troppo pochi? Interferiscono con le mille attività extrascolastiche? E poi – per restare all’ambito più pertinente dell’apprendimento – a cosa servono? A consolidare il lavoro scolastico? Ad ampliare le conoscenze? A sviluppare autonomia?
Insomma, la questione, come detto, ha molte sfaccettature e, a dispetto anche dei toni volutamente leggeri di queste righe, implicazioni importanti. Va presa sul serio. Da registrare, di recente, anche una presa di posizione del ministro Giannini, che intervenendo nell’ultimo dibattito scatenato da un articolo di giornale in cui un papà giornalista lamentava di non riuscire a fare i compiti della figlia di 10 anni, ha sottolineato come la polemica sui compiti sia “un po’ stagionale”. Una polemica – ha aggiunto – “comprensibile quando il carico supera certi limiti così come sono comprensibili le perplessità di molti genitori. Ma proprio grazie alla Buona Scuola sta partendo un cambiamento culturale nella scuola con modalità innovative e interattive di lavoro in classe e fuori dalla classe”. Il carico di compiti, secondo il ministro, “va ovviamente dosato a seconda dell’età degli alunni”, ma il risultato atteso dalla riforma scolastica è quello di una maggiore responsabilizzazione, anche sul tema compiti, di docenti e ragazzi.
Morale? Buon senso e responsabilità. Qui sta il nodo della questione compiti – e verrebbe da dire non solo dei compiti – che normalmente si risolve nelle dinamiche delle classi. E probabilmente diventa un “problema” solo quando ne esce.

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