I compiti a casa non sono fuori moda. Ma le polemiche sono il segno di una società che cambia

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Tra i post virali che circolano sui social network ce ne sono alcuni che regolarmente i genitori mostrano di approvare e premiare con centinaia di condivisioni e sono quelli degli insegnanti “alternativi” che propongono ai loro allievi compiti un po’ fuori dall’ordinario, come “fare almeno un pigiama party, raccogliere fiori da regalare alla mamma, aiutare in casa, decidere obiettivi importanti e fantasticare su cosa si vuol fare da grandi”. Oppure, ancora: “ballare come matti da soli in cameretta, guardare albe e tramonti, guardare il cielo di notte, aspettare una stella cadente per esprimere un desiderio, leggere almeno un libro, scrivere una lettera o visitare un luogo mai visto. Preparare qualcosa di carino per una persona cui tieni o abbracciare almeno una volta al giorno i componenti della tua famiglia”. Sono tutte “prescrizioni” che ci piacciono molto, perché fanno vibrare il nostro cuore sensibile alle emozioni veloci come quelle, appunto, che suscitano like e condivisioni su Facebook.
E poi sono arrivate, nelle ultime settimane, anche le “rivolte” aperte ai compiti a casa, come quella del sindaco sardo che ha vietato di fare i compiti (ne abbiamo già parlato), o del papà che con una lunga lettera ha voluto spiegare agli insegnanti perché non ha fatto completare il lavoro assegnato al figlio. Qualche insegnante ha risposto con post ai limiti dell’assurdo (ma in tono con la polemica) in cui affermava di non aver preparato le lezioni perché “aveva vissuto”. Dall’altra parte, anche colleghi giornalisti illustri come Mattia Feltri sulla Stampa hanno scritto con il tono disperato del genitore che “non riesce a terminare i compiti” del figlio.
Non è un argomento nuovo, ma è interessante, non solo perché tocca da vicino moltissime persone – tutti coloro che hanno figli che frequentano le scuole, e chi lavora con loro, anche in oratori e parrocchie – ma perché entra a gamba tesa nel concetto di educazione e di cultura dominante.
Nella società fluida teorizzata da Bauman, post-moderna, frammentata e ormai addirittura post-digitale, l’idea del lavoro manuale, della fatica, della dedizione, del sacrificio e perfino di una (moderata, per carità) frustrazione come mezzi che contribuiscono a formare il carattere dei ragazzi sono nel complesso ormai obsoleti e del tutto estranei ai nostri orizzonti. Li consideriamo, anzi, forme sottili di maltrattamento. Insegnanti e genitori sono spesso trincerati in schieramenti opposti, intenti a difendere nuovi diritti, generati dai mutamenti sociali: quello, per esempio, di passare del tempo insieme in modo sereno la sera e nei weekend, il diritto di seguire attività extrascolastiche che sono completamento essenziale delle personalità in formazione. E’ difficile stabilire la ragione da una parte sola, ma è utile osservare il mutamento che questa dinamica nasconde.
La famiglia è sempre di più un luogo di affetti, non di norme: un nido, insomma, in cui ci si rifugia per difendersi dall’oscurità del mondo, più che per imparare a vivere. Ma un nido spinoso, in cui le geometrie delle relazioni spesso non sono facili né lineari, anzi prendono strade imprevedibili. Intanto siamo noi genitori a sentirci spesso investiti della responsabilità di spianare la strada, di costruire il percorso dei figli senza che mai debbano sentirsi inadeguati o insicuri. Attenzione, il compito può diventare anche delega di ciò che in classe, per molti motivi, non si riesce a realizzare, può diventare eccessivo, fino all’estremo, può privare della possibilità di fare esperienze necessarie come l’attività sportiva, può non tenere conto delle caratteristiche personali del ragazzo (sono tanti e diffusi oggi i casi di disturbi di apprendimento). La misura è sempre quella del buon senso, della sensibilità, e della capacità di cogliere il bene che c’è in ognuna delle posizioni estreme: quella che invita a fare esperienze “fuori dagli schemi” perché indubbiamente anch’esse servono per crescere, e quella che considera i compiti necessari, perché formano, allenano, aiutano i ragazzi a far emergere capacità e debolezze, e ad agire di conseguenza.

In questo contesto ci sembra ancor più coraggioso l’invito rivolto da Papa Francesco ai giovani della Gmg a “scendere dal divano e a mettersi le scarpe”. Parole che sollecitano anche gli adulti a un impegno che in molti modi può emergere nell’azione quotidiana delle parrocchie, sempre in prima linea sul fronte educativo. Sono numerosi i doposcuola attivati per affiancare le famiglie e proprio da loro partiamo nel dossier per costruire un percorso di approfondimento a tema, con un invito a proseguire il dibattito e a segnalare e raccontare le esperienze di comunità, scuole e parrocchie.

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