Gli « alveari » a Bergamo e a Stezzano. La spesa km 0 si fa con un clic

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«Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita» diceva Einstein. L’Alveare che dice sì! è un progetto nato in Francia nel 2011 e arrivato in Italia a Torino nel 2014 con lo scopo di accorciare la filiera tra produttore e consumatore, permettendo loro di incontrarsi nel momento della distribuzione in un luogo, il cosiddetto Alveare, a un’ora precisa di un dato giorno della settimana. Qui a Bergamo ne sono appena nati due quest’anno. Siamo andati a indagare l’esperienza delle due giovani gestrici e dei consumatori. Rumors ci dicono che ce ne sia in cantiere un altro, perciò se siete curiosi, tenete d’occhio il sito!

Perché un “alveare che dice sì”? Perché le api sono elementi chiavi della catena alimentare: sono delle gran lavoratrici e si occupano di impollinare circa la metà di fiori e piante, ciò che consente loro di riprodursi e generare frutta e vegetali. Senza di essi e senza erbivori la nostra sopravvivenza sarebbe messa a dura prova. Ecco spiegato il monito di Einstein. Ricordiamoci delle api ed imitiamole: rispettiamo la natura e mangiamo sano e local come fanno loro con il nettare, dicendo sì al cambiamento. I consumatori che decidono di partecipare all’iniziativa possono iscriversi online al massimo a 3 alveari e come in uno sciame recarsi all’appuntamento settimanale per ritirare i propri prodotti ordinati sul sito: ortaggi, pane, pasta, carne, vino, birra, miele, dolci, piante officinali ma anche prodotti naturali per la pulizia della casa e cosmetici. L’Alveare che dice sì! è un vero e proprio ritorno alle origini dallo sconvolgimento della globalizzazione ma con qualche pro: sa di mercato ma si sono ordinati i prodotti sul web, sa di villaggio ma gli alveari possono sorgere in piena città. Non siamo tornati indietro ai tempi della nonna, anche se forse è ciò che vorremmo. Possiamo dire di esserci evoluti grazie alle nostre consapevolezze: non tutto è biologico ma se non è a km0 lo è quasi perché i produttori provengono in linea di massima dalla Regione e le certificazioni dei produttori sono controllate.

L’ALVEARE COMEBACK DI STEZZANO
La distribuzione dell’Alveare ComeBACK di Stezzano, il primo Alveare nato a Bergamo, ha luogo il venerdì dalle 16.30 alle 18 presso l’omonima azienda agricola a conduzione familiare con una quarantina di produttori e circa 500 membri. La storia della giovane gestrice, Sara Bartoli, inizia dopo l’università in ingegneria ambientale. Sara segue dei corsi di formazione organizzati coi fondi europei agricoli per lo sviluppo rurale sulla commercializzazione delle piante officinali e tintorie e per diventare operatore agrituristico e creare un’azienda agricola tutta sua: «è stata dura perché i fondi europei a disposizione della Regione che avevo richiesto per avviare l’attività sono arrivati con un ritardo di due anni dalla vincita del bando, questo a causa dei controlli che tardavano ad arrivare, ma alla fine grazie ad altri finanziamenti ho ottenuto ciò che volevo». L’azienda ComeBACK produce piante officinali con certificazione biologica come camomilla, calendula, lavanda, melissa, salvia e fiori eduli con l’aiuto delle api. L’idea dell’Alveare è nata quando da Milano e da Brescia la chiamavano i primi alveari per richiedere la sua partecipazione come produttrice: «Il progetto mi piaceva ma avevo molto da lavorare e la distribuzione era lontana, non ne valeva la pena. Così ho chiesto aiuto a Laura Rubini, che ha gestito iscrizione, ordini e quant’altro. Non avrei più avuto bisogno di andare al supermercato e i miei tre figli sarebbero cresciuti in un ambiente genuino: se si mangia cibo di qualità ci si ammala meno. Penso che anche se si spende un po’ di più per questi prodotti realizzati con più alta manodopera il guadagno sia decisamente superiore in termini di salute e benessere». Una volta avviato ComeBACK, Laura ha potuto dedicarsi alla sua idea originaria: aprire un alveare in città, allo Spazio Giovani Edonè. Sara non ha molto tempo, mi dice che vorrebbe fare più volantinaggio, le piacerebbe che qui nella zona si conoscesse l’alveare ComeBACK, che come dice il termine vorrebbe un ritorno sui banchi di scuola natura per riscoprire la qualità del mangiar sano e creare comunità, fare qualcosa di utile per i propri amici, la propria famiglia e gli abitanti del proprio paese: «mi piace l’idea che le persone iscritte all’alveare possano fare la spesa con la propria famiglia scegliendo insieme i prodotti da ordinare seduti sul divano con un tablet o uno smartphone. Io apro le vendite il sabato e loro possono usare qualche minuto alla domenica per organizzarsi e decidere cosa venire a ritirare il venerdì; sarebbe bello diventasse una routine».

L’ALVEARE TAMARINDO A REDONA
«Mia nonna invece della coca cola mi versava un po’ di sciroppo al tamarindo disciolto nell’acqua» racconta invece Laura Rubini, gestrice dell’Alveare Tamarindo allo Spazio Giovani Edonè di Redona. Da giovane mamma, si ricorda dell’orto della nonna, in cui quando era bambina vedeva scorrazzare conigli e galline. Il suo Alveare è nato un po’ per caso un po’ per desiderio qualche mese fa, quando stava ascoltando la sua stazione preferita alla radio: Life Gate, sempre impegnata in prima linea per la sostenibilità. Laura ha subito scelto di mettersi in gioco: «È successo quando mio figlio aveva 6 mesi. Per me significa un ritorno alle tradizioni, tengo vivo il ricordo di mia nonna e i suoi valori». L’Alveare Tamarindo è stato il secondo che ha aperto a Bergamo, dopo che l’amica Sara Bartoli l’aveva reclutata per l’apertura di quello presso la sua azienda agricola ComeBACK a Stezzano. Conta circa 400 membri e una ventina di produttori locali (distanza media 12 km) che prevedono un minimo d’ordine. È una gioia percorrere le panche predisposte ad accogliere i vari ordini il martedì sera dalle 18 alle 19.30, i consumatori possono dare direttamente il proprio feedback ai produttori su ciò che hanno comprato, scambiare opinioni su prodotti e ricette con gli altri consumatori e rapportarsi direttamente con la gestrice. C’è molto da fare, bisogna cercare i produttori, contattarli e farli iscrivere al sito, gestire il sito e gli ordini, inviare mail e riunire tutti il martedì: «Spesso i produttori non hanno un buon rapporto con la tecnologia, bisogna incontrarli, convincerli». Dal ricavato dei produttori il 16% viene trattenuto: un 8% sarà il compenso per il gestore e l’altro 8% andrà al sito.

Siamo allora invogliati a seguire il consiglio di Erri De Luca e auguriamo buona fortuna alle giovani gestrici degli alveari bergamaschi: “Prendemmo il sentiero degli alveari che d’estate impastano l’aria con un canto di fondo, basso sonoro di fabbrica che cava una goccia di miele da un giorno di fiori. È il canto di una volontà inesorabile di eseguire.” Il link al sito: www.alvearechedicesi.it

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