La riconoscenza. Difficile e necessaria

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Immagine: Guarigione dei dieci lebbrosi, manoscritto dal Codex Aureus, 1035-1040 circa, Norimberga, Germanisches Nationalmuseum.

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati (Vedi vangelo di Luca 17, 11-19. Per leggere i testi liturgici di domenica 9 ottobre, ventottesima del Tempo Ordinario “C”, clicca qui)

LO STRANO VIAGGIARE DI GESÙ 

Il vangelo di Luca, come sappiamo, è dominato dal lungo “viaggio” di Gesù verso Gerusalemme. Talvolta, l’evangelista lo richiama. Lo fa anche all’inizio del brano di oggi. Ma è un richiamo strano. Gesù si trova in Galilea e quindi dovrebbe attraversare prima la Galilea, che è al nord, poi la Samaria che è al centro per arrivare a Gerusalemme che è al sud. E invece  fa il contrario: prima passa dalla Samaria, centro, e poi dalla Galilea, nord, per continuare ad andare  verso Gerusalemme, sud. Ma quello di Luca è un itinerario più spirituale che geografico. È come se Gesù facesse passare in lungo e in largo tutta la geografia della regione prima di arrivare alla fine del suo viaggio, cioè a Gerusalemme, dove, come profeta e messia, dovrà essere messo a morte.

SEPARATI DA TUTTI,  FIDUCIOSI IN GESÙ 

Durante il viaggio, dunque, si imbatte in dieci lebbrosi. Verremo poi a sapere che i dieci sono insieme ebrei e samaritani. Ricordiamo che i samaritani sono visti male, per le loro posizioni religiose, considerati stranieri ed eretici. Nel caso dei dieci lebbrosi la malattia ha eliminato tutte le differenze che in altre circostanze dividono. Ma mentre sono uniti fra di loro, sono rigorosamente separati da tutti gli altri, precisamente perché sono lebbrosi. Dice il libro del Levitico: “Il lebbroso colpito dalla lebbra porterà vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: Immondo! Immondo! Sarà immondo finché avrà la piaga; è immondo, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento” (Lv 13, 45s). Dunque la malattia non era soltanto una forma di male, ma anche una scomunica, una messa al bando dai rapporti normali che fanno il tessuto della comunità. I dieci che si rivolgono a Gesù esprimono tutti, senza esclusione, la speranza in Gesù: non gli chiedono tanto di essere guariti, ma chiedono la “pietà”: si rivolgono a Gesù come gli ebrei si rivolgono a Dio nei loro salmi. Dunque si tratta, in qualche modo, di un atto di fede.

Gesù risponde ordinando di andare dai sacerdoti che, sempre secondo la legge ebraica, dovevano constatare la fine dell’impurità e  riammettere i  guariti nella comunità, come all’inizio avevano preso atto della malattia e comminato la scomunica. Tutti i lebbrosi obbediscono e quindi tutti mostrano piena fiducia nel Signore. Ma il samaritano, lo straniero e l’eretico, è l’unico che, dietro la guarigione, sa individuare l’agire di Dio. È il senso della sua lode. Come spesso avviene nel vangelo di Luca, quelli che capiscono e accolgono Gesù sono i più lontani.

Di fronte a quel fatto Gesù esprime la sua meraviglia con tre domande in rapidissima successione: “Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?”.  Gesù non fa tanto un rimprovero a degli ingrati, ma piuttosto rimprovera ad essi di non aver saputo riconoscere l’azione di Dio, di essersi accontentati della guarigione. La frase finale è il senso di tutto. Non si tratta di una guarigione, ma della fede a seguito della guarigione. È la fede la vera “guarigione”.

RICONOSCENZA E FEDE

Il nostro modo di pensare e di fare hanno creato in noi, a poco a poco, la convinzione che esistiamo grazie alle nostre capacità, che siamo noi gli artefici del nostro destino, come si usa dire. Proviamo a pensare a quante persone dobbiamo qualcosa. Quando ci alziamo al mattino accendiamo la luce e ci laviamo. Se non ci fosse un esercito di persone al nostro servizio non sarebbe possibile né l’una né l’altra cosa. Poi apriamo la porta e gli spazzini stanno pulendo la strada… Poi anch’io vado al lavoro e faccio anch’io la mia parte. Ma non potrei farlo se non esistesse questa vasta interdipendenza. Solo se capisco, se accetto questo potrò accettare un’altra forma di debito, ben più impegnativa: quello che ho, quello che sono tutto mi è donato. Non sono in debito soltanto con gli altri, ma sono in debito con Dio e non sono in debito di qualche cosa, ma di tutto. È questa la “sproporzione” veramente scandalosa, l’unica che permette di fare un atto di fede.  Se non sono riconoscente difficilmente riuscirò ad essere credente. Non è un caso, d’altronde, che l’atto più alto per il cristiano sia il “rendimento di grazie” dell’eucaristia.

 

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