Una persona cara è morta dopo pesanti sofferenze. Arriva san Francesco e mi parla di “sorella morte”. Difficile

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Ho perso da poco una persona cara, dopo lunghissime sofferenze, pesanti per lei e per noi. Tu che sei discepola di san Francesco, mi puoi spiegare come posso continuare a pregare “Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale”? Sai, siamo vicini alla festa dei morti e penso che il problema non interessi soltanto me. Gianna

FRANCESCO E IL SUO LUNGO CAMMINO PER ARRIVARE A CHIAMARE LA MORTE COSÌ

La morte, cara Gianna, è il dramma più grande che l’umanità è chiamata ad affrontare e a “vivere”, fonte di tristezza e di angoscia per tutti. Chiamarla sorella, lodando il Signore, è possibile solo percorrendo un itinerario di fede e di espropriazione simile a quello compiuto da san Francesco. Questi, solo dopo un lungo cammino di purificazione e di conversione sui passi di Gesù, povero e crocifisso, è giunto a tanto. Quale “uomo nuovo” riconciliato con Dio, sé stesso, i fratelli e la creazione, egli ha saputo guardare e cantare addirittura la morte, da tutti temuta e scongiurata, e riconoscerla “sorella”, poiché parte integrante della sua stessa vita, della sua stessa carne e via necessaria per giungere al compimento vero dell’esistenza, quello per il quale siamo stati creati. Essa, infatti, accomuna ogni creatura, soggetta alla finitezza e alla incompiutezza, da lei “nullu homo vivente pò skappare” (Cantico delle creature). “Ben venga sorella morte!” esclamò il santo di Assisi pochi istanti prima di spirare! Sapeva, il poverello che la morte, così tragica e crudele, era l’ultimo atto di espropriazione e di consegna a Dio Padre e di unione al suo Maestro, il Signore Gesù Cristo, per il quale aveva vissuto l’intera esistenza e al quale aveva cercato di conformarsi in tutto.

Il cambio di prospettiva paradossale che si è verificato nella vita di questo uomo poverello, lascia stupito chiunque. Come è possibile giungere a tanto? È solo un “privilegio” dei santi della stessa statura di Francesco, oppure può divenire bagaglio anche per ogni cristiano?

I VAGITI DI UNA VITA NUOVA

Di fronte alla morte siamo chiamati ad avere uno sguardo di fede e a percepire, proprio nel dramma e nel dispiacere di una vita che si spegne, le doglie del parto e i vagiti di una vita nuova che viene alla luce. Non si tratta di rinnegare la sofferenza, rimuovendola, né di trattenere le lacrime, o peggio ancora, di “scandalizzarci” se il nostro cuore è gonfio di dolore, ma di scorgere, come in filigrana, alla luce della Pasqua del Signore Gesù, pur con gli occhi velati di lacrime, “quell’oltre di vita piena”, invisibile ai soli occhi corporali. La fede nel Signore, morto e risorto, ci invita a credere che solo quando i nostri sensi si saranno spenti a tutto ciò che è temporale ci sarà donato di entrare in una nuova dimensione nella quale ciò che avremo vissuto sulla terra sarà finalmente portato a compimento e ci sarà donato di vivere pienamente, vedendo Dio così come Egli è e godendo la pienezza della sua gioia e della sua comunione fra di noi.

COME FRANCESCO: NON AVERE PAURA DI FISSARE IL CIELO

Lo sguardo riconciliato di Francesco davanti a “sora nostra morte corporale”, allora, può divenire il nostro a patto che, come il santo di Assisi, non temiamo di fissare il cielo, lasciandoci conquistare dalle “cose di lassù”. Solo così, questa “temibile signora” cesserà di incuterci paura, apparendoci, al contrario, via sicura che ci conduce tra le braccia del Padre. Lasciamoci, perciò, accompagnare e consolare dalla dolce presenza di Gesù che non ci ha lasciati soli davanti al baratro della morte. E se ci rattrista l’evidenza di dover morire, ci rincuori la certezza che finalmente la nostra vita avrà raggiunto il suo compimento.

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