Quella sera in cui Dario Fo raccontò San Francesco al Teatro Donizetti

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Ho incontrato Dario Fo una sola volta. Era seduto davanti allo specchio di un camerino del Teatro Donizetti, con un dischetto di cotone in mano, intento a togliersi il cerone, incurante dei muri un po’ scrostati e degli arredi semplicissimi, sorridente: “Sì, qui al Teatro Donizetti gli ambienti sono un po’ spartani” mi aveva detto, quasi scusandosi per l’accoglienza.
Era la sera del 17 maggio del 2000, un mercoledì. Allora ero ancora una giovane giornalista alle prime armi, i critici teatrali in carica erano Ermanno Comuzio e Franco Colombo, che seguivo e ammiravo moltissimo. Quello spettacolo però “Lu santu jullare Francesco” era un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire: Fo aveva vinto da poco il Premio Nobel, nel 1997, e mancava da Bergamo da quarant’anni (l’ultima volta c’era stato nel 1959, con “Gli arcangeli non giocano a flipper”). Per quel lungo periodo i teatri di tradizione, fra cui anche il nostro, lo avevano un po’ emarginato, perché i suoi spettacoli erano troppo radicalmente e politicamente impegnati. Era passato qualche volta di sfuggita in posti insoliti come il Bocciodromo di Ranica. Da vera appassionata (e in quegli anni anche teatrante, apprendista drammaturga e assistente alla regia che aveva studiato sui libri di Fo, e apprezzato le sue straordinarie lezioni di teatro), avevo deciso di tentare di intervistarlo per il settimanale diocesano di allora, La nostra Domenica.
Sembrava un’impresa impossibile: l’ufficio stampa non dava risposte chiare, pareva che non ci fosse il tempo, poi che lui non volesse parlare. Mi avevano dato questo consiglio: “Prova ad avvicinarlo dopo lo spettacolo”. Di quella sera ho ancora un ricordo vivo: l’interpretazione che Fo, da laico, aveva dato di San Francesco, mi aveva incuriosito, affascinato, intrigato. Lo sentiva evidentemente vicino per il suo approccio alla fede così particolare, per il suo modo di predicare semplice, popolare, in qualche misura anche “teatrale”.
Alla fine ero sgattaiolata nel retropalco, con un amico che aveva assistito con me allo spettacolo, per farmi coraggio. C’erano altre persone che erano lì per chiedergli un autografo. Lui aveva dedicato a ognuno qualche minuto, si era alzato per stringermi la mano, la sua ancora un po’ sporca di trucco. Poi aveva risposto alle mie domande in modo molto garbato anche se si capiva che era stanco, con quella disponibilità e gentilezza che hanno solo i grandi. Per questo ricordo, come per quello che lui ha rappresentato per il teatro e la cultura italiana, mi sento di dirgli grazie.
Coincidenza singolare: Dario Fo è morto oggi, a novant’anni, proprio nel giorno in cui è stato proclamato il vincitore del Premio Nobel 2016, Bob Dylan, un cantante, un protagonista della cultura popolare, uno “spacciatore di bellezza” e di poesia un po’ fuori dalle righe come lui.

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