In chat al volante: è la nuova schiavitù. E gli incidenti aumentano. Don Marco Sanavio: «Prigionieri di un flusso che non riusciamo a interrompere»

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Don Marco Sanavio direttore delle comunicazioni sociali della Diocesi di Padova, ci spiega per quale motivo anche quando guidiamo non riusciamo a resistere alla sirena tentatrice rappresentata dal nostro smartphone, rischiando in tal modo la nostra vita e quella degli altri. «C’è un meccanismo che possiamo chiamare flusso, flow in inglese, di informazioni emotivamente coinvolgente, estremamente attraente che porta l’autista a preferire il flusso rispetto all’attenzione sulla strada. Il cervello fa in modo di far percepire poco rischioso questo comportamento, ma è un autoinganno. Ci si giustifica con l’idea che tanto lo fanno tutti, ci sono delle giustificazioni non coerenti che sono quelle che alla fine diventano dannose», chiarisce don Marco, quarantasette anni, una grande esperienza nel saper coniugare il mondo dei new media con l’attività pastorale.

Nel 2015 per la prima volta dopo 15 anni di calo le vittime della strada sono tornate a crescere. Nei primi 8 mesi del 2016 le contravvenzioni per chi guida usando il cellulare sono aumentate del 26%. Forze dell’ordine ed esperti di sicurezza stradale concordano sul fatto che il nemico numero uno per chi guida sono gli smartphone e i social network. Per questo l’Aci ha lanciato #guardalastrada campagna di sensibilizzazione sui social contro le distrazioni alla guida legate all’uso dei cellulari, dedicata in particolare ai giovani tra i 18 e i 29 anni. Cosa ne pensa?
«Penso che una campagna sia più che opportuna per qualsiasi età, perché le distrazioni alla guida fanno parte dei pericoli che possono sopravvenire quando le persone scrivono messaggi e trafficano con il navigatore satellitare. Addirittura all’estero ci sono campagne finanziate dalle compagnie telefoniche, per esempio negli Stati Uniti la AT&T, per evitare che ci siano queste distrazioni alla guida. AT&T DriveMode è una app salvavita che risponde in modo automatico agli sms ricevuti, spiegando che si sta guidando. Sono perfettamente d’accordo non solo con la campagna ma anche con qualsiasi mezzo che ci aiuti a tenere l’attenzione sulla strada. Se l’Aci ha lanciato anche la campagna #molla sto telefono, AT&T ha fatto un passo in più consentendo, attraverso app, qualche blocco che ti forza la mano a riportare l’attenzione sulla strada».

Su 173.892 incidenti avvenuti l’anno scorso, il 75% è stato dovuto a distrazione come guardare il proprio cellulare: per mandare l’sms “ok” si impiegano 10 secondi, per verificare se ci sono nuovi messaggi 13 secondi, per digitare un numero di telefono e chiamare 14 secondi, per controllare Facebook 14 secondi,  per fare un selfie 15 secondi. Gli smartphone e i social network sono una vera droga per chi è al volante?
«In realtà se sono una vera droga lo sono dovunque, mentre si sta passeggiando, soprattutto in casa con la propria famiglia, con persone amiche che vengono trascurate per gestire i rapporti mediati dall’elettronica. Chi è alla guida oggi ha diversi strumenti per non distrarsi, se veramente ha necessità di leggere dei messaggi per lavoro o per altre incombenze importanti ci sono dei sistemi che possono leggere vocalmente tutto ciò che arriva sotto forma di testo. Quindi la tecnologia ci aiuta molto nell’evitare le distrazioni, c’è però in questo momento la sottovalutazione di quello che può essere il pericolo, per cui le persone si ritengono abbastanza attente da poter fare due cose contemporaneamente ma purtroppo basta un secondo di distrazione e il numero degli incidenti ce lo rileva».

Mentre si guida si mandano sms, si controlla la posta, si fanno selfie e si chatta sui social network, ognuna di queste attività equivale a guidare alla cieca, come se si fosse bendati per almeno 10 secondi: in quel lasso di tempo può accadere di tutto. Se il 51% ha ammesso di aver guidato con il cellulare in mano, cosa può fare la scuola per sensibilizzare i futuri guidatori?
«La scuola può fare molto, perché quando i comportamenti sono ancora in una fase più malleabile che non quella adulta, si possono aiutare i ragazzi, molto di più quegli studenti che stanno seguendo corsi di scuola guida, per fare in modo che siano consapevoli dei rischi che corrono. Le campagne che finora ho visto anche all’estero che cercano di riportare l’attenzione sulla guida sono molto scioccanti: puntano sul sangue, sugli incidenti, su situazioni drammatiche per rimanere impressi nella coscienza, per suscitare una sensazione di richiamo alla responsabilità. L’idea di fondo è la seguente: “sii responsabile non solo per la tua vita ma anche per la vita di chi trasporti”. Ecco perché la scuola e chiunque ha il compito di essere formatore, può interagire in maniera efficace su questo senso di responsabilità».

Antonio Cerasa, ricercatore del Cnr in psicologia della cognizione e docente dell’Università Magna Grecia di Catanzaro sostiene che “un like su Facebook è un premio, ecco perché vogliamo vederlo subito”. In pratica a un messaggio non si resiste, riceverne uno è gratificante. Concorda?
«Sicuramente il “like” può anche rappresentare un premio. Noi siamo distratti da quelle che in linguaggio tecnico si chiamano “le notifiche”. Quando vediamo nel nostro smartphone comparire dei numeri vicino all’icona delle applicazioni vuol dire che c’è una novità quindi siamo distratti dall’interattività che questi mezzi hanno. Quando arriva un messaggio su un qualsiasi sistema di messaggistica siamo curiosi di sapere chi ci sta cercano, cosa ci vuole dire anche se spesso si tratta di informazioni marginali. Più che il rinforzo dato dal premio del “like” c’è l’essere curiosi rispetto a quello che sta succedendo nella nostra comunicazione digitale. Questo ci porta a voler controllare subito e a non rimandare la verifica dei messaggi anche se stiamo alla guida. Spesso il meccanismo si ripete anche per chi viaggia in bicicletta. Mi è capitato di vedere dei ciclisti in un contesto urbano che hanno provocato dei piccoli incidenti, perché erano al telefono o lo stavano osservando invece di fare attenzione ai pedoni».

Chi usa il cellulare al volante rischia 171 euro di sanzione, i vigili urbani lanciano un appello: usate il bluetooth. Perché quasi nessuno lo usa?
«Perché siamo pigri. Per usare in auto il bluetooth dobbiamo connettere due dispositivi che non sempre immediatamente comunicano tra di loro, la pigrizia ci impedisce di fare questo passaggio. Sempre di più le case automobilistiche stanno cercando di facilitare questa operazione quindi teoricamente tenendo il cellulare in tasca e salendo in macchina automaticamente dovremmo essere connessi. Qual è un altro ostacolo? Il fatto che il bluetooth scarica la batteria dei cellulari. Purtroppo abbiamo in tasca dei dispositivi che hanno sempre meno autonomia pur essendo di nuova generazione. Piccoli ma necessari accorgimenti che salvano la vita, se abbiamo compreso che per evitare colpi di sonno alla guida basta fermarsi e riposarsi qualche ora, sui telefoni non percepiamo fino in fondo la pericolosità o se la percepiamo ce la nascondiamo, perché è piacevole telefonare e controllare chi ci invia messaggi, anche per abbattere la noia del viaggio. Quando i viaggi diventano lunghi e noiosi sui rettilinei vogliamo ravvivare la nostra attenzione, questa però è una piccola attenzione che se trascurata mette a repentaglio la vita».

 

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