Amore e morte. Ti amo: quindi tu non devi morire

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In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: “Maestro, Mosè ci ha prescritto: ‘Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello’. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie” (Vedi Vangelo di Luca 20, 27-38. Per leggere i testi di domenica 6 novembre, trentaduesima del Tempo Ordinario “C”, clicca qui)

I SADDUCEI, CONSERVATORI POLEMICI

Questa volta, Gesù viene provocato dai sadducei. Sono un gruppo non molto numeroso, ma forte e influente. Il loro nome viene da Sadoq, celebre sommo sacerdote del tempo di Davide. Ma il gruppo appare verso il II secolo prima di Cristo. Sono dei conservatori e si fondano sulla fedeltà assoluta alla lettera del Pentateuco, cioè dei primi cinque libri della bibbia, nei quali non si parla ancora in modo esplicito della risurrezione dei morti. Sono, in questo, diversi dai Farisei, che sono più aperti ai temi teologici dell’immortalità del dopo-morte. Il tema della risurrezione dei morti è comunque relativamente recente nella Bibbia. Lo si trova soprattutto nei libri dei Maccabei (vedi prima lettura) e nel libro di Daniele, che vengono composti negli ultimi due secoli prima di Gesù. In quel periodo molti ebrei muoiono per difendere la purezza della loro fede e la convinzione di una vita dopo la morte nasce proprio come una risposta al martirio: se quella gente è morta per difendere la propria fede, non può perdere la vita, Dio li premierà, li porterà con sé,  vivranno anche dopo la morte.

UN CASO STRAMPALATO: UNA MOGLIE E SETTE MARITI

Ora la domanda che i sadducei fanno a Gesù si rifà a una legge, la cosiddetta legge del levirato (Dt 25, 2-10) che stabiliva che una donna rimasta vedova doveva andare sposa al fratello del marito, per assicurare la discendenza al defunto. Il caso citato dai sadducei, in effetti, vuole essere un caso-limite che arriva a coprire di ridicolo la fede nella risurrezione, se questa si limita a immaginare la vita dell’al di là come un semplice prolungamento di questa vita. Gesù prende nettamente posizione contro questo modo di concepire la vita nel dopo-morte. Gesù rispose loro: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio”.

L’ALTRA VITA È PROPRIO “ALTRA”

La risposta di Gesù è, precisamente, il rifiuto di concepire la vita nuova come una semplice riedizione dell’antica. Coloro che sono risorti sono immortali, quindi gli uomini non hanno più bisogno del matrimonio per poter sopravvivere nei loro figli. Non bisogna immagiare l’altra vita come questa, ma come una vita totalmente nuova, inaugurata dalla risurrezione del Signore: colui che, tornato fuori dalla morte, non muore più.

Per provare la risurrezione Gesù si riferisce alla rivelazione del roveto ardente. Si tratta di un accenno solo indiretto alla risurrezione: la manifestazione di Jahvè come il Signore dell’alleanza – quello che avviene, appunto in Esodo 3, con il roveto ardente – è vista, indirettamente, come manifestazione della signoria di Dio sulla vita.  Dio non può stringere un’alleanza con gli uomini e poi lasciarli preda della morte… Se Dio ha stretto un’alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe, vuol dire che vivono coloro con cui l’alleanza si è conclusa. Dunque i patriarchi vivono ancora…

IL DIO DELL’ALLEANZA NON PUÒ ABBANDONARCI NELLA MORTE

Ancora una volta, dobbiamo riconoscere la nostra difficoltà a parlare dell’altra vita quando disponiamo soltanto delle immagini di questa. La difficoltà del “salto”. Siamo un po’ tutti Sadducei e abbiamo tutti la nostra storia della donna dai sette mariti da raccontare.

Ma le letture di oggi ci dicono una verità, difficile, appunto, ma consolantissima: i nostri morti vivono. Sono figli di Dio. Dio, infatti, è il Dio dei rapporti con gli uomini: “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”; se Dio intesse con gli uomini un rapporto amoroso, non può lasciarli annegare nella morte. È come se dicessimo: se Dio ama, non lascia morire. È l’esperienza che tutti noi viviamo. Quando perdiamo una persona cara soffriamo, perché, precisamente, non siamo più in grado di amarla e di essere amati come prima. La morte ha dimezzato la nostra possibilità di rapporti. Ora, se Dio ama, non lascia morire, perché è il Signore della vita e il suo amore dà la vita: non può tollerare che quelli che egli ama, finiscano preda della morte. È stato detto che amare una persona significa dirle che non deve morire. Ma noi non ci riusciamo. Anche le persone che amiamo di più ci sfuggono o noi sfuggiamo a loro. La morte ci porta via. Il nostro amore è sempre deluso, perché non riesce a realizzare il suo desiderio di non lasciar morire chi si ama. L’unico capace di non lasciar morire coloro che ama è il Signore, lui, il signore della vita e della morte. Lui sì che è capace di dire: “Tu non devi morire”. E il suo grido è capace di far regredire la morte. Per questo ci affidiamo a lui e affidiamo a lui le persone care che ci hanno lasciato.

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