L’appello di Papa Francesco al Giubileo dei carcerati: «Un atto di clemenza per tutti i detenuti del mondo»

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Al Giubileo dei Carcerati Papa Francesco ha lanciato un appello invocando clemenza per le condizioni dei detenuti di tutto il mondo: “In occasione dell’odierno Giubileo dei carcerati, vorrei rivolgere un appello in favore del miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri in tutto il mondo, affinché sia rispettata pienamente la dignità umana dei detenuti”. Lo ha detto il Papa, durante l’Angelus di ieri, in cui ha ribadito “l’importanza di riflettere sulla necessità di una giustizia penale che non sia esclusivamente punitiva, ma aperta alla speranza e alla prospettiva di reinserire il reo nella società”. In modo speciale – ha proseguito Francesco illustrando la sua proposta – sottopongo alla considerazione delle competenti Autorità civili di ogni Paese la possibilità di compiere, in questo Anno Santo della Misericordia, un atto di clemenza verso quei carcerati che si riterranno idonei a beneficiare di tale provvedimento”.

 

Gesù ha concluso il suo viaggio verso la meta ultima del suo peregrinare terreno: Gerusalemme. Un camminare fatto di insegnamenti, di gesti, di racconti, ma anche di incomprensioni e di incredulità. Nella città santa, Gesù si trova a condividere anche le domande dell’uomo, ciò che ci aspetta dopo la morte. La questione gli viene posta da una domanda rivoltagli dai sadducei, cioè i sacerdoti custodi del tempio e del culto, che non credono nella risurrezione e riconoscono come testo ispirato solamente i primi cinque libri delle scritture, il Pentateuco, praticando sostanzialmente una lettura fondamentalista della Torah. E proprio perché nella Torah, nella sua interpretazione letterale, non c’è riferimento alla resurrezione dei morti, i sadducei la rigettavano, a differenza dei farisei e degli esseni, che invece la professavano come destino ultimo dei giusti. La domanda, allora: una donna che, in base alla legge del levirato stabilita da Mosè, ha sposato successivamente sette fratelli morti, l’uno dopo l’altro, senza che le abbiano dato un figlio, nella risurrezione di chi sarà moglie? In quel tempo era dominane una concezione materiale del destino dopo la morte, una continuazione della vita precedente.
Gesù non entra nella disputa tra sadducei e farisei, «non cade nel tranello e ribadisce la verità della risurrezione, spiegando che l’esistenza dopo la morte sarà diversa da quella sulla terra», afferma Papa Francesco all’Angelus, che aggiunge: «Non è possibile applicare le categorie di questo mondo alle realtà che vanno oltre e sono più grandi di ciò che vediamo in questa vita». Qui viviamo realtà provvisorie che finiscono; nell’al di là, «dopo la risurrezione, non avremo più la morte come orizzonte e vivremo tutto, anche i legami umani, nella dimensione di Dio, in maniera trasfigurata», ricorda il Papa. La risurrezione «è un nuovo genere di vita che già sperimentiamo nell’oggi; è la vittoria sul nulla che già possiamo pregustare. La risurrezione è il fondamento della fede cristiana».
Il messaggio proposto è quello della speranza che non delude, dono di Dio, ed è posta, dice Francesco, «nel più profondo del cuore di ogni persona perché possa rischiarare con la sua luce il presente, spesso turbato e offuscato da tante situazioni che portano tristezza e dolore. Abbiamo bisogno di rendere sempre più salde le radici della nostra speranza».
Speranza è anche la parola che il Papa propone ai «fratelli e sorelle carcerati», nel Giubileo loro dedicato: «Non esiste luogo nel nostro cuore che non possa essere raggiunto dall’amore di Dio. Dove c’è una persona che ha sbagliato, là si fa ancora più presente la misericordia del Padre, per suscitare pentimento, perdono, riconciliazione, pace». Il mancato rispetto della legge «ha meritato la condanna; e la privazione della libertà è la forma più pesante della pena che si sconta». Ma la speranza «non può venire meno. Una cosa, infatti, è ciò che meritiamo per il male compiuto; altra cosa, invece, è il ‘respiro’ della speranza, che non può essere soffocato da niente e da nessuno».
La speranza: il cristiano non è l’uomo dalle risposte facili e pronte, ma ha davanti a sé una prospettiva che si alimenta proprio nella Parola e ha la forza della speranza, «che non può essere tolta a nessuno», afferma ancora il Papa nella celebrazione in San Pietro per il Giubileo dei carcerati; «la speranza è la prova interiore della forza della misericordia di Dio, che chiede di guardare avanti e di vincere, con la fede e l’abbandono in Lui, l’attrattiva verso il male e il peccato». Tutti abbiamo la possibilità di sbagliare, afferma ancora Francesco; «l’ipocrisia fa sì che non si pensi alla possibilità di cambiare vita». Ci si dimentica che «tutti siamo peccatori e, spesso, siamo anche prigionieri senza rendercene conto. Quando si rimane chiusi nei propri pregiudizi, o si è schiavi degli idoli di un falso benessere, quando ci si muove dentro schemi ideologici o si assolutizzano leggi di mercato che schiacciano le persone, in realtà non si fa altro che stare tra le strette pareti della cella dell’individualismo e dell’autosufficienza, privati della verità che genera la libertà».

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