“Voglio entrare in convento”: le vocazioni femminili di oggi. Dal docu-reality alla vita vera

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Se una ragazza dice “voglio entrare in convento” oggi diventa subito “un caso”, soprattutto se è giovane e carina, e la gente, intorno a lei, si chiede: “Ma cosa le sarà venuto in mente?”. Le congregazioni femminili, al contrario, fanno notizia soprattutto per il calo delle vocazioni, che porta molte e diverse conseguenze: la diminuzione della presenza nelle comunità e nelle parrocchie, la chiusura di scuole con una lunga tradizione educativa. Ci sono molti casi anche nella nostra diocesi.
Gli ultimi dati disponibili sulla realtà bergamasca parlano ancora di ricchezza: ci sono in diocesi oltre 1800 consacrate, presenti in circa 150 comunità, distribuite in 42 famiglie religiose o congregazioni. Quasi la metà, però, ha più di ottant’anni, solo una piccola parte (non arrivano a cento) ne ha meno di 50.
Continuano ad assumersi compiti molto delicati, in obbedienza ai propri carismi: dalle scuole alle collaborazioni in parrocchia, dall’attenzione alle donne in difficoltà (in carcere, accanto alle vittime della tratta) alla pastorale sanitaria, dalla vicinanza ai poveri all’attenzione ai migranti. Hanno ancora una particolare attrattiva i monasteri di clausura, una decina in diocesi, che accolgono quasi 150 monache di 5 ordini: Benedettine, Francescane, Domenicane, della Visitazione e Carmelitane. Ci sono poi 11 istituti secolari femminili (con un centinaio di membri), e l’ordo virginum (una decina). In questo dossier raccontiamo alcune storie che danno conto di come si sono trasformati nel tempo la vita e i compiti delle religiose e come è cambiato il modo in cui le vocazioni nascono, crescono e si realizzano. Raccontiamo il cammino di suor Cristina, sulla soglia dei cent’anni, che ha avuto una vita intensa e avventurosa, e quello di due giovani suore, una delle quali monaca di clausura, che hanno intrapreso il loro percorso, come spesso accade oggi, “a ragion veduta”, dopo aver compiuto esperienze molto diverse tra loro. Scelte diverse, perché diversi sono oggi anche il ruolo della donna della società e il modo di porsi di fronte al mondo.
In Spagna è stato il fatto addirittura un tentativo di trasformare in un reality il percorso di discernimento vocazionale di cinque ventenni: ne è nato il programma “Voglio diventare suora” “Quiero ser monja” trasmesso dal canale spagnolo Cuatro. Le telecamere di Mediaset Spagna, che hanno prodotto il programma sul formato dell’americana ‘The sisterhood: becoming nuns’ della Warner Bros, sono state per sei settimane in tre diverse case religiose, a Madrid, Alicante e Granada. Lì la tv le ha seguite nel contesto della vita religiosa, tra preghiera, servizio, sacrificio, condivisione. Sotto i riflettori sono state le suore della Congregación de Santa María de Leuca che curano un asilo con un centinaio di bambini, la comunità di vita contemplativa delle Justinianas ad Alicante, le suore del Santísimo Sacramento a Granada che si preparano alla missione.
La trasmissione ha avuto un discreto seguito, ha fatto molto parlare, anche se non si è più parlato (per ora) di trasmetterla in Italia. Ma le aspiranti suore non sembravano poi tanto diverse dai concorrenti di “X Factor” o de “Il grande fratello”. La spettacolarizzazione di un momento così delicato non ha avuto un esito particolarmente felice, ma ha avuto sicuramente il merito di sollevare l’attenzione su una questione delicata, quella delle vocazioni, anche femminili, di cui nelle parrocchie spesso non si parla più, e che invece merita attenzione, con lo sguardo sul presente e sul futuro della vita della Chiesa e delle comunità.

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