Il giubileo finisce, la misericordia no. Papa Francesco estende la facoltà di assolvere dal peccato di aborto

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Il Papa giustifica il titolo della sua lettera apostolica, scritta a conclusione del Giubileo (“Misericordia et misera”), rifacendosi a una frase celebre di sant’Agostino.  “Misericordia et misera sono le due parole che sant’Agostino utilizza per raccontare l’incontro tra Gesù e l’adultera (cfr Gv 8,1-11). Ce lo ricordiamo, quel passaggio. La donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Gli zelanti osservanti della legge la trascinano davanti a Gesù e gli fanno notare che, secondo le leggi vigenti, la donna dovrebbe essere uccisa a sassate. Gesù, prima elude la domande scrivendo per terra, poi, di fronte alle insistenze degli accusatori, li provoca: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. E gli accusatori se ne vanno tutti, “cominciando dai più anziani”. Alla fine restano solo Gesù e la donna. E sant’Agostino commenta quella scena con le parole che fanno il titolo della lettera del Papa: “Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia”.

Tra le molte cose che la lettera dice, il passaggio che ha fatto più notizia è quello che riguarda l’estensione della facoltà di assolvere dal peccato di aborto a tutti i confessori, senza restrizioni di tempo.

“Perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare14 viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione”.

Va notato che neppure prima delle aperture di Papa Francesco non era particolarmente difficile assolvere dal peccato di aborto. La legislazione ancora vigente prevedeva la scomunica “late sententiae”, cioè immediata. Ma bastava che il confessore si rivolgesse al vescovo o al canonico penitenziere per avere la facoltà di assolvere. E la facoltà veniva concessa, praticamente sempre. Ma estensioni della facoltà avevano avuto luogo, sia in circostanze particolari, come in occasione dell’estensione della Sindone a Torino, sia per iniziativa di alcuni vescovi.

Il gesto del Papa ha quindi un significato soprattutto simbolico, nello stile del giubileo: come il giubileo è stato celebrato ovunque, così il perdono di un peccato ritenuto particolarmente grave viene concesso sempre.

Qualcuno ha già fatto l’obiezione di eccessiva condiscendenza. Tra “addetti ai lavori” ci si trova spesso d’accordo su un punto. Se qualcuno, una donna soprattutto, chiede di essere perdonata per quel peccato, lo fa perché se lo sente pesare sulla coscienza. Se l’aborto è stato procurato senza particolari remore, non se ne sente il peso e quindi non si va neppure in confessionale a chiedere perdono. Ha ragione il Papa, dunque, di non infierire ulteriormente su chi di fatto è già pentito. Anzi, secondo più di un prete, in quei casi non si tratta di far venire il senso di colpa, ma di toglierlo, perché il peso è tale che spesso impedisce di gustare il perdono.

Ancora una volta, delle sensibilità pastorali dalla periferia sono arrivate al centro. Il centro ne prende atto e la periferia ne è particolarmente felice.

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