“Il Giubileo low cost di Papa Bergoglio: a Roma oltre 22 milioni di pellegrini”

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Oggi si conclude l’Anno Santo Straordinario della Misericordia ideato e fortemente voluto da Papa Francesco. Chiuse tutte le porte sante, quella all’interno della Basilica di San Pietro è stata chiusa stamattina dal Pontefice. I titoli dei principali quotidiani hanno parlato di “Giubileo low cost”. Un Anno Santo “modello Bergoglio” chiarisce Orazio La Rocca, vaticanista storico del quotidiano “La Repubblica”. «“Modello Bergoglio” nel senso più alto del termine. Non bisogna mai dimenticare che le radici di vescovo e di cardinale di Papa Francesco affondano nelle favelas di Buenos Aires, vicino ai poveri. È lì che nasce il “modello Bergoglio”, vicino alla gente che soffre. Questo modello il Santo Padre l’ha preso pari pari dall’Argentina e lo ha modellato nel suo pontificato. Non dimentichiamo che Bergoglio al momento dell’elezione al soglio di Pietro ha preso il nome di Francesco, il Poverello d’Assisi, seguendo l’esortazione che gli fece l’arcivescovo emerito di San Paolo il cardinale brasiliano Claudio Hummes al momento dell’elezione papale: “ricordati dei poveri!”. Bergoglio se lo sta ricordando e l’ha incarnato nel suo primo Anno Santo, ponendo al di là di fede, politica e dei muri, la persona. Un Giubileo che ha centrato l’obiettivo di mettere al centro i poveri, merito di chi l’ha concepito» puntualizza La Rocca, nato a Itri, in provincia di Latina il 15 marzo 1950.

Piazza San Pietro è stata il punto di arrivo di tutti i pellegrini giunti a Roma in occasione del Giubileo della Misericordia. Quanti sono stati finora i fedeli arrivati a Roma da ogni parte del mondo?

«Fino alla scorsa settimana, stando ai dati del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione presieduto da Mons Rino Fisichella, che ha organizzato l’evento giubilare, i fedeli erano circa 21 milioni. Domenica 20 novembre, Solennità di Cristo Re dell’Universo, che coincide con la fine dell’anno liturgico, giorno di chiusura dell’Anno Santo, non è azzardato ipotizzare che questo Giubileo ha attirato a Roma qualcosa come 22 milioni di pellegrini. Una cifra considerevole. Inutile fare i paragoni con i giubilei precedenti, per esempio con l’Anno Santo del 2000 quando i fedeli giunti a Roma furono circa 30 milioni. Ogni Giubileo ha il suo carattere e il suo messaggio. Ogni Giubileo vive nel suo tempo, per quello del 2000 occorsero 5 anni di preparazione, allora occorreva traghettare la Chiesa nel Terzo Millennio. Dunque un Giubileo nato con un altro spirito e con un’altra storia come contorno. In questi anni qualcosa è successo, questo è un Giubileo che è vissuto in un anno segnato dal terrorismo islamico, non possiamo dimenticarlo. C’è stato di mezzo anche l’11 settembre. La paura si è impadronita di tutti noi, il terrorismo ha condizionato la nostra vita quotidiana e di conseguenza ha condizionato l’afflusso di pellegrini. Sono arrivati a Roma abbiamo detto, circa 22 milioni di fedeli, ma a questi vanno aggiunti i pellegrini che hanno celebrato il Giubileo a livello locale. Questa è stata la grande novità voluta da Papa Francesco. Le Porte Sante sono state aperte in tutte le Diocesi disseminate per il mondo. Persino negli ospedali, nelle carceri cioè nei luoghi di sofferenza. Questa è stata la grande intuizione di Bergoglio».

Quindi l’eccezionalità dell’evento è data anche dal fatto che la prima Porta Santa a essere aperta da Papa Francesco non è stata quella di San Pietro ma quella della cattedrale di Bangui nella Repubblica Centrafricana una settimana prima dell’inizio ufficiale del Giubileo?

«Certamente. Questo è stato un evento storico, fin dal primo Giubileo della storia della Chiesa cattolica che risale al 1300 e che venne indetto da Papa Bonifacio VIII, la prima Porta Santa veniva aperta in Vaticano. Papa Francesco invece è andato ad aprire la prima fino in Africa. Ciò ha un enorme significato, perché Bergoglio con il suo gesto ha posto questo grande e sterminato continente al centro della cristianità e non solo, scegliendo uno dei Paesi più poveri del mondo ed elevandolo a cattedrale universale. Messaggio fondamentale che è destinato a incidere e a interrogare chi tiene in mano le sorti del Pianeta cioè gli uomini politici che dovrebbero essere un po’ più sensibili nei confronti delle popolazioni che soffrono. Questo il Papa l’ha indicato aprendo la Porta Santa della cattedrale di Bangui».

Qual è l’identikit del pellegrino giunto nella Città Eterna? 

«È difficile fare l’identikit del pellegrino che può essere credente e anche non credente. Sfugge a qualsiasi etichetta, è quello che prega, che fa la processione, quello che porta la croce e anche quello che guarda da lontano perché ha pudore. Quello che ha un dialogo diretto con il Padreterno. Sono tante le forme di pellegrinaggio e di conseguenza anche di pellegrini. In Vaticano è arrivata una larga fetta di popolo del mondo che appartiene a tutte le razze e gli orientamenti politici e di qualsiasi ceto sociale. Il pellegrino è l’uomo. Una delle Porte Sante più suggestive e belle di questo Giubileo è stata la Porta Santa della Carità aperta a Roma presso l’Ostello “Don Luigi Di Liegro” della Caritas in Via Marsala. Proprio l’altra sera parlavo con il Direttore della Caritas di Roma Mons Enrico Feroci, il quale mi ha detto che la Porta Santa era stata attraversata da musulmani, quindi da non credenti. Quando Mons Feroci ha domandato a un musulmano il motivo per il quale avesse varcato la Porta Santa, il ragazzo ha risposto: “mi piace”».

È stato un Giubileo dei poveri, degli ultimi, dei diseredati, voluto dal Santo Padre per porre al centro della vita della Chiesa la Misericordia. Elemento particolare di quest’Anno Santo sono stati i “venerdì della misericordia”, cioè un giorno al mese in cui il Papa ha compiuto un gesto di carità. Ce ne vuole parlare? 

«È stato un simpaticissimo itinerario giubilare del Papa che in prima persona andando ogni primo del mese a toccare con mano la sofferenza ha portato la sua parola e la sua solidarietà.  Ricordo la visita di Bergoglio in una casa di riposo per anziani e una per malati in stato vegetativo a Torre Spaccata a gennaio; a febbraio, una comunità per tossicodipendenti del Centro Italiano di Solidarietà don Mario Picchi a Castelgandolfo; a marzo (il Giovedì Santo) il Centro di accoglienza per profughi  di Castelnuovo di Porto; ad aprile la visita dei profughi e migranti nell’Isola di Lesbo, ecc… Fino all’ultimo incontro l’11 novembre quando il Santo Padre ha incontrato 7 famiglie, tutte formate da giovani che hanno lasciato, nel corso di questi ultimi anni, il sacerdozio. Questo è il Giubileo. Non è tanto una questione di numeri, quanti milioni di pellegrini sono arrivati a Roma, ma piuttosto dove l’Anno Santo ha inciso. Pensiamo al Giubileo dei carcerati che si è svolto lo scorso 5 novembre in Piazza San Pietro, al quale hanno partecipato 1000 detenuti e all’interno del quale vi è stato il gesto di un padre che ha perdonato l’assassino del proprio figlio. Un gesto di grande rivoluzione e di grande misericordia».

Partendo dal presupposto che fino a un anno fa non si sentiva quasi parlare di misericordia, un anno dopo cosa resta di questo concetto nella nostra società spesso effimera?

«Finora la Misericordia era uno dei tanti valori del cristianesimo, il merito di questo Anno Santo che si sta concludendo sta nel fatto che la Misericordia che è il cuore del Vangelo è stata inserita al centro della vita del cristiano di oggi. Questo è importante perché con la Misericordia si incidono tanti valori e tanti sistemi anche politici. Con la Misericordia si tende la mano e si avvicina all’altro, si guarda alle piaghe dell’altro, con la Misericordia si perdona chi fa un’offesa. Questo è il lascito più bello del Giubileo».

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