Immigrati. C’è un uomo a Gorino?

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Foto: manifestazioni anti-immigrati a Gorino, provincia di Ferrara

GERUSALEMME, YAD VASHEM, SALA DEI BAMBINI

Quando vado a Yad Vashem, la collina che lo Stato di Israele nel 1953 a Gerusalemme ha voluto dedicare alla memoria delle vittime della Shoah, prima di entrare nel museo, porto sempre il gruppo che accompagno nel luogo più significativo di questo luogo: la sala dei bambini. All’uscita, la direzione obbligata porta a sostare davanti al monumento a Janus Korzack, il pedagogo polacco che diede luce e speranza ai bimbi, orfani dei genitori mandati nei campi di sterminio, rinchiusi nel ghetto di Varsavia. Per loro organizzò una vita parallela, fatta di teatro e di animazione, di scuola e di pittura. Korzack, benché in possesso di un lasciapassare che gli avrebbe permesso di lasciare la Polonia, decise invece di prendere, insieme ai suoi ragazzi, la via di Treblinka dove fu gasato il 6 agosto del 1942. Davanti al monumento, bellissimo, Korzack che abbraccia i bambini, vi è un albero di carrube,  uno dei tantissimi che riempiono questo straordinario memoriale. Sono parte del “giardino dei giusti”, piantati in ricordo delle migliaia di persone che pur non essendo ebrei, hanno messo a repentaglio la loro vita per salvare ebrei.

IL RE DI DANIMARCA E VITTORIO EMANUELE III IN ITALIA

L’albero posto davanti al monumento di Korzack è dedicato a Cristiano X, re di Danimarca. Il quale, durante l’occupazione nazista del suo Paese, fece di tutto per salvare la piccola comunità ebraica presente, al punto in Danimarca non furono mai applicate le leggi razziali e agli ebrei non fu imposto la stella gialla, poiché il Re aveva minacciato di portarla lui per primo in segno di solidarietà. Ogni volta che mi fermo davanti all’albero e alla targa di Cristiano X, ricordo che negli stessi anni, in Italia, avevamo un re, un Savoia – Vittorio Emanuele III –  che controfirmò senza fiatare le leggi razziali emanate dal regime fascista. Aprendo in questo modo una delle pagine più vergognose della nostra storia del Novecento. Una pagina che ha inghiottito migliaia di persone di origine ebraica che, da un giorno all’altro, si sono trovate ad essere persone non desiderate, schedate e censite.

UN LIBRO, UNA STORIA ESEMPLARE

Tra queste vi era, a Milano, anche la famiglia Ottolenghi. Molti anni dopo, a narrare le vicende di questa famiglia in un libro che merita di essere letto (Quando tutto questo sarà finito, Mondadori) è stato un attore, noto per le sue parti comiche, tra i più conosciuti del nostro Paese: Gioele Dix. Dopo la sorpresa iniziale, la lettura è stata illuminante. È la vicenda della sua famiglia, il nonno Maurizio e la nonna Giulietta, con i figli Vittorio (che sarà poi papà di David, il vero nome di Gioele Dix) e il piccolo Stefano. Non è un libro sulla Shoah, anche se bordeggia il tema, ma la storia di una famiglia di italiani, con nonno patriota e simpatizzante di Mussolini, costretta a fuggire, ma che non vede l’ora di tornare. È il racconto di un ragazzo, senza retorica, molto asciutto, dove i fatti della microstoria di una famiglia normale si intrecciano a quelli della grande, terribile Storia di quegli anni.  Nelle scorse settimane, Gioele Dix è venuto a Bergamo a presentare il suo libro. Quando gli ho chiesto cosa fare per vigilare, per impedire che ciò che è accaduto possa di nuovo accadere mi ha risposto così: “Ci sono segnali che fanno pensare che queste lezioni siano servite e ci sono segnali contrari. Non esistono ricette però credo alcune cose sia necessario farle: non aver paura della differenze, cercare di coltivare la parte migliore di noi. Credo sia importante anche essere consapevoli della propria identità. Solo cosi possiamo aprirci alla differenze dell’altro senza troppe paure. Mi insospettiscono coloro che si tirano fuori. Occorre invece essere attenti, documentarsi, sapere le cose, prendere posizione, andare oltre l’indifferenza. Perché, come dice un detto ebraico, ‘chi salva una vita, salva tutta l’umanità’. Ciascuno di noi può fare qualcosa. E nessuno può farlo al posto nostro.”

GORINO. “RIPUGNA ALLA COSCIENZA CRISTIANA”

Le parole di Gioele Dix mi sono venute in mente guardando la gente di Gorino che preparava le barricate contro l’arrivo di dodici donne migranti. Lo abbiamo scritto più volte: la gestione dei migranti è un problema enorme e negare che generi squilibri, tensioni, problematiche molto complesse è semplicemente senza senso. Non è però con l’egoismo forcaiolo e con le chiusure a riccio che tutto quello potrà essere evitato. “Questa non è Italia”, ha detto il ministro Alfano; “comportamento che ripugna alla coscienza cristiana”, ha scritto il vicario generale della diocesi di Ferrara.  Parole che vorremmo rappresentassero il sentimento comune, ma, come ha scritto Pombeni sul Sole 24 Ore “se ci si prende la briga di girare sui commenti che i siti dei grandi giornali pubblicano in calce alle loro notizie si scopre che ormai esiste un’Italia che, pur con l’anonimato dei nomignoli usati in internet, trasuda ostilità e rancore contro un fenomeno che comincia ad essere percepito come un flagello biblico da cui nessuno ci difende. Che poi il solito Salvini si affretti a twittare una solidarietà a questo genere di sentimenti rientra nella sua parte nella commedia (ma forse sarebbe meglio dire nella tragedia).” Eppure il tema va affrontato prima che ci esploda fra le mani, perché quello di Goro-Gorino è un precedente inquietante: non solo per i sentimenti oscuri che ha espresso, ma perché al momento quei sentimenti sono risultati vincenti.  Michele Serra in una illuminante “Amaca” ha scritto che “Non rimane, dunque, che sperare in qualche parroco, qualche prete di contado, di quelli che se gli dici “radical chic” ti stampano il crocifisso sul groppone, come don Camillo: forse solo loro, in questo momento, hanno la forza e l’autorevolezza di dire ai loro parrocchiani che qualcosa, nel Vangelo, sta scritto. Così come ci si domandò se c’è un giudice a Berlino: c’è un prete a Gorino?”

Mi piacerebbe che questo prete ci fosse (anche se la cronaca racconta un’altra storia) ma, ancor più, mi piacerebbe che ci fossero uomini capaci, nonostante tutto, di non dimenticarsi di essere tali. Sciascia ha scritto che le più grandi piramidi di infamia spesso si costruiscono su tanta gente comune che compie onestamente il proprio lavoro senza rendersi conto di quel che accade attorno a loro. Con le barricate di Gorino abbiamo tutti tirato un po’ più in alto la nostra piramide di infamia.

 

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