Immigrati. Non bisogna solo accogliere e non si può accogliere illimitatamente. Parole di Papa Francesco

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QUELLO CHE SI DICE DI PAPA FRANCESCO

Chissà cosa penseranno tutti quelli che, dall’inizio del pontificato di Francesco, hanno continuamente etichettato il Papa come progressista, marxista, comunista: chi per tirarlo dalla propria parte e farne l’emblema di una nuova Chiesa, moderna e rivoluzionaria, da amare almeno quanto era da combattere quella di prima, retrograda e oscurantista; chi, invece, per contrapporre il nuovo Papa, eterodosso e troppo pop, a una luminosa tradizione con lui degenerata. Da due posizioni opposte si arriva a un’identica conclusione: sbagliata.
Il Papa ha dimostrato di essere al di sopra delle classificazioni, e l’unica etichetta, casomai, che gli si attaglia è quella di cristiano, cioè di uomo libero. Lo dimostrano le dichiarazioni pronunciate sul viaggio di ritorno da Lund: poco diffuse, forse proprio perché non in linea con l’immagine che di questo Papa si vuole perlopiù costruire.

PAROLE DI NON ORDINARIA SAGGEZZA

Francesco ha parlato del problema dell’epoca, le migrazioni, con evangelica umanità e realistica saggezza: ha detto che esiste la differenza tra migrante e profugo; che è dovere di uno Stato “non solo ricevere, ma anche integrare”; che si deve accogliere ma non illimitatamente, secondo le possibilità di uno Stato (“se un Paese ha una capacità pari a venti di integrazione, faccia fino a questo”, altrimenti “si può pagare politicamente un’imprudenza nei calcoli, nel ricevere più di quelli che si possono integrare, perché il pericolo, quando un migrante non viene integrato, è che si ghettizzi”). Come si vede, parole di buon senso, che però spiazzano chi ancora si ostina, anche nella comunità cristiana, a voler chiudere semplicisticamente gli occhi di fronte a una situazione sempre più delicata.

Adesso, grazie alle parole di Francesco, anche quei cattolici che temevano di esporsi perché non allineati alla corrente di pensiero dominante, potranno sostenere con autorevolezza qualche sana verità (che, a onor del vero, il direttore delSantalessandro ha espresso già tempo fa): un Paese con difficoltà economiche e sociali come l’Italia – che ogni anno perde oltre centomila persone su cui aveva investito in termini di istruzione – non può tirarsi indietro di fronte ai rifugiati, ma ha il diritto, a tutela della propria comunità, di gestire con rigore le migrazioni dettate dalle più svariate ragioni, che devono avvenire nell’ambito della legge (un immigrato che si finge profugo non è meno perseguibile di un sano che si finge invalido).

CHIEDERE QUALCHE CONTROPARTITA NON È UNA BESTEMMIA

Altra verità è che l’accoglienza non può avvenire a oltranza: non basta accogliere nel senso di accettare sul suolo italico stranieri lasciati poi nell’ozio quotidiano; occorre valutarne le reali motivazioni all’integrazione e includerli in progetti di formazione e di lavoro socialmente utile che siano un segno, anche piccolo, della loro volontà di contraccambiare l’aiuto ricevuto. Non credo sia una bestemmia osservare, come l’opinione comune – piaccia o no – fa, che lo Stato italiano investe per i richiedenti asilo una cifra giornaliera superiore a molte pensioni, indennizzi di invalidità e anzianità, sussidi di disoccupazione. Ma il punto è un altro: è fare in modo che questa situazione di innegabile squilibrio possa diventare utile e positiva sia per chi viene accolto sia per chi accoglie. Purché, come dice il Papa, l’accoglienza avvenga secondo le reali e non infinite risorse – economiche e umane – che un Paese ha: l’Italia non può continuare a fare tutto da sola. E questa è evidentemente l’ennesima, disperata chiamata all’Europa perché batta un colpo.

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