La fine. Ansie, paure, speranze

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Foto: Gerusalemme: la spianata del tempio con la moschea di Omar

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: “Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta” (Vedi Vangelo di Luca 21, 5-19. Per leggere i testi di domenica 13 novembre, trentatreesima del Tempo Ordinario “C”, clicca qui).

La fine e il discorso sulla fine

Siamo vicini alla passione e morte di Gesù. La società ebraica è percorsa da profonde inquietudini. I Romani sono i padroni politici e militari del paese. Ma gruppi vari si stanno organizzando, si sviluppano forme di guerriglia, attentati. Non era difficile immaginare che la situazione potesse precipitare. E non era neppure difficile immaginare che la prima città a essere coinvolta sarebbe stata Gerusalemme, la capitale, la sede del tempio, la città santa.

Ma la fine della città santa fa pensare non solo alla fine di quella città, ma alla fine di tutto, alla fine del mondo. Anche noi, d’altronde, di fronte a eventi che ci superano, inattesi, grandiosi, catastrofici, diciamo: è la fine del mondo. Anche della fine del mondo Gesù ha parlato. E si capisce che le due cose siano spesso strettamente unite. Ne ha parlato soprattutto in un discorso che egli tiene poco prima di morire. Si chiama discorso “escatologico”, discorso sugli “escata”, sugli “ultimi avvenimenti”, sulla fine. È un discorso che Gesù fa prima della sua morte, dove, quindi, si incrociano la fine personale di Gesù, la fine della città santa, la fine di tutto. Il brano che abbiamo appena letto è tratto da questo discorso.

Altri predicatori, molti testi contemporanei di Gesù trattavano quell’argomento e parlavano di stelle che cadono dal cielo, di sole che si oscura, di grandi sollevamenti politici e militari… Tutte immagini che volevano sottolineare soprattutto l’importanza del giudizio di Dio. Arriva Dio e tutto il mondo sussulta. Anche Gesù usa quelle espressioni, proprio perché anche lui voleva parlare del suo futuro ritorno come di un evento di cruciale importanza per i suoi discepoli e per tutti gli uomini.

Gesù e la fine di Gerusalemme

Nel brano che abbiamo appena ascoltato, Luca di che cosa parla? Della fine di Gerusalemme o della fine del mondo? In questo brano si parla della fine di Gerusalemme. Dopo, nei brani che seguiranno, si parlerà della fine del mondo. Luca, distingue più nettamente degli altri evangelisti i due annunci: la fine di Gerusalemme non è la fine del mondo. Gesù predice la distruzione del tempio, infatti:

Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta

La distruzione del tempio sarà preceduta da segni premonitori:

Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».

Poi diceva loro: “Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.

Dopo di che Gerusalemme sarà distrutta.

Ed è esattamente quello che capiterà. Negli anni dopo la morte di Gesù, dal 30 al 70, l’ambiente della Palestina è sempre più inquieto. Molti gruppi tramano contro i Romani, fino alla cosiddetta “guerra giudaica” che scoppia nel 66. I Romani intervengono e la reprimono duramente. Nel 70 assediano Gerusalemme, la conquistano e distruggono il tempio. La campagna si concluderà definitivamente nel 73, con la conquista della fortezza di Masada, sul Mar Morto.

Le nostre quotidiane paure

La paura continua della catastrofe che sta per arrivare: le guerre, così lontane e così vicine – quella che si sta combattendo in Siria e in Iraq; l’Islam estremista; il terremoto, gli altri tanti eventi naturali catastrofici… Anche le persecuzioni da parte dei familiari trovano un corrispettivo nei nostri giorni: spesso le grandi inimicizie e le grandi violenze avvengono in casa e spesso è la casa stessa che si disgrega. Là dove dovremmo trovare la massima sicurezza troviamo l’insicurezza. Abbiamo paura di perdere la salute, di non avere a sufficienza per vivere… E queste paure personali e familiari accentuano le paure di fronte alla società e alla storia. Il cristiano spesso condivide spesso la scontentezza verso il presente. Proprio perché possiede un’alternativa radicale alla storia, non è contento della storia. Ma, mentre il cristiano critica gli uomini che stanno attorno a lui, la politica, i giovani, i vecchi, tutti e tutto… è spesso esposto, proprio per le sue scontentezze, a dare ascolto al primo che sa “prenderlo”, convincerlo, lusingarlo. La scontentezza può essere una tentazione. Ora, la vera scontentezza è quella che nasce dalla speranza, dalla fiducia nel Signore: solo chi è scontento “nel nome” del Signore non è esposto all’inganno dei falsi profeti. E invece avviene spesso che siamo molto scontenti e insieme abbiamo poca fede. E questo squilibrio è pericoloso. Diventiamo terreno di conquista per tutti i ciarlatani.

Pronti a partire ogni giorno

Che fare, allora? Tenere insieme le due cose. Vivere le nostre paure e non perdere la fiducia. Perché, da tutto il vangelo di oggi, emerge in maniera nettissima che la vera disgrazia della chiesa non sono le persecuzioni, ma il raffreddamento della sua fiducia nel Signore. L’atteggiamento giusto del credente è definito bene da un cristiano, Bonhoeffer che ha sentito molto fortemente le due cose: il peso della sofferenza e della morte e, insieme, la ferma fiducia nel Signore, lui ucciso impiccato nelle carceri di Hitler.

“Ci rimane soltanto lo stretto sentiero, spesso ancora da scoprire, di prendere ogni giornata come fosse l’ultima e di vivere con fede e senso di responsabilità, come se ci attendesse ancora un grande futuro… Pensare e agire con lo sguardo alla generazione futura, pronti a partire ogni giorno, senza paura e senza preoccupazione…” (Bonhoeffer).

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