Tina Anselmi, una credente con la schiena diritta

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Foto: Tina Anselmi (1927-2016), recentemente scomparsa 

“Non si fa politica se dentro non si sente la sofferenza e la tensione alla liberazione di ciò che in forme diverse opprime e condiziona le persone, svuota di senso il lavoro e il vivere civile. Non sono le idee astratte degli ideologhi che creano cultura politica, ma l’aver frequentato i luoghi del penare, del soffrire e del desiderare una vita e un mondo a misura dell’umano.” Cosi Savino Pezzotta, in un bell’articolo, ha ricordato Tina Anselmi, morta qualche giorno fa a ottantanove anni. Una donna che ha attraversato le vicende del nostro Paese con coerenza, schiena diritta e senso assoluto delle istituzioni, una credente che ha saputo coniugare il vangelo laicamente, senza prediche o orpelli ma traducendolo in una passione per la verità e la giustizia.

“Non potevo rimanere indifferente”

“Tina, nome di battaglia Gabriella, anni diciassette, giovane, come tante, nella Resistenza. Non ho mai pensato che noi ragazze e ragazzi che scegliemmo di batterci contro il nazifascismo fossimo eccezionali, ed è questo che vorrei raccontare: la nostra normalità…”. Comincia così la sua autobiografia, da leggere!, “Storia di una passione politica” (Sperling & Kupfer), curata da Anna Vinci e pubblicata una decina di anni fa. Una ragazza del profondo Veneto che giovanissima scopre nel suo paese cosa è la dittatura e cosa il fascismo e il nazismo volevano importare. “Quando ho scoperto i giovani impiccati, il nipote del medico ucciso, la morte barbara e disumana, ho capito che non potevo rimanere indifferente”. Entra quindi nella Resistenza, sceglie il nome di Gabriella, come l’arcangelo Gabriele, il messaggero dell’annunciazione: staffetta partigiana, cento chilometri al giorno in bicicletta, la fame e la paura. Finita la guerra, sindacalista dei tessili, poi sceglie la politica attiva nella Democrazia Cristiana, molto vicina al pensiero di Aldo Moro: per tre volte sottosegretario e poi primo Ministro donna della Repubblica, al Lavoro e alla Previdenza sociale dove vara la legge di “parità di trattamento tra uomini e donne”: una vera rivoluzione per quei tempi, anche se è rimasta incompiuta. Nel 1978, da titolare del dicastero della Sanità, partecipa all’istituzione del Servizio sanitario nazionale, una conquista che oggi viene studiata dagli storici per spiegare il primato italiano di longevità.

La Costituzione, il Vangelo civile

Una donna schierata. Che ha cercato sempre di comporre la fede con la laicità dello Stato e della politica e ha cercato di tradurre gli ideali di libertà in progetto di “democrazia compiuta” fatto di dialogo, ascolto, collaborazione tra diversi in vista del bene comune. Che ha fatto della Costituzione il suo Vangelo civile. La Costituzione “nata dalla Resistenza”: la citava spesso e la usava come bussola, come punto di riferimento quando doveva prendere decisioni importanti. Come nel 1981 quando le chiesero di presiedere la commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2. Un lavoro straordinario – 198 persone ascoltate, centinaia di migliaia di carte – per far luce sul sistema occulto che condiziona la vita nazionale. Il dossier conclusivo è una meticolosa controstoria d’Italia che denuncia gli intrecci fangosi tra politica, apparati militari, servizi segreti, finanza, perfino il Vaticano. Un lavoro coraggioso per il quale ha ottenuto, anche da parte del mondo cattolico, più attacchi che ringraziamenti. Un lavoro – questo sulla P2 – che non le sarà perdonato. È sotto il governo Berlusconi che, nel 2004, viene promosso su iniziativa della Ministra Stefania Prestigiacomo un dizionario delle donne italiane. La voce “Tina Anselmi” è un’infilata di cattiverie: “improbabile guerriera”, “furbizia contadina”, modello anticipatrice della “futura demonologia politica, distruttiva e futile”. Un attacco quanto mai ingiusto e sconsiderato. Anche in questo caso pochi, pochissimi, tra i cattolici di questo Paese faranno sentire la loro indignazione.

Tina for president

Michele Serra cosi l’ha ricordata sulla prima pagina di Repubblica: “La bella faccia veneta della democristiana Tina Anselmi campeggiò per quasi due anni accanto alla testata rossa di “Cuore”, giornale di satira e altre cose, covo di comunisti, di mangiapreti e di anarchici dei quali ero il maldestro domatore. “Tina for president”: la volevamo al Quirinale. Ci piaceva quella sua aria da Italia precedente, quella integra e laboriosa del dopoguerra, l’Italia neorealista, contadina e operaia, costumata, in bianco e nero, zavattiniana. Ci piacevano, dunque, le cause perse. Non solo una donna al Quirinale, obiettivo già azzardatissimo tra tutti quei maschi anziani in grisaglia; ma proprio quella donna lì, stella isolata del cattolicesimo democratico e popolare, neanche capocorrente e per giunta in fama di scocciatrice suprema avendo presieduto la Commissione parlamentare sulla P2 (tipico club, la P2, per maschi anziani in grisaglia).”

Il racconto alle nipotine

“Lo ripeto sempre, a cominciare dalle mie nipotine, che nessuna vittoria è irreversibile. Dopo aver vinto possiamo anche perdere. Negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta noi donne impegnate in politica e nei movimenti femminili e femministi, noi parlamentari con responsabilità nei partiti e nel governo eravamo ancora pioniere. Questa parola fa pensare che in seguito saremmo diventate più numerose e avremmo contato di più. Purtroppo, certe speranze sembrano non aver dato i frutti che avevano in serbo”.

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