Verso il referendum. Tutti gridano. Cerchiamo di capire perché

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Si sta avvicinando il referendum costituzionale. L’importanza dell’appuntamento ci regala, ogni giorno, scontri fra i rappresentanti dei diversi schieramenti. Quando la posta in gioco è alta, i giocatori mostrano inevitabilmente i loro schemi di gioco preferiti.

In disaccordo su tutto, fuorché su un punto: che bisogna gridare

Ora, lo schema di gioco, lo stile preferito in questi giorni di grandi discussioni, è il gridare. Sbraitano tutti. Quando tutti sbraitano si deve pensare che non sono d’accordo su nulla, fuorché su un punto: che si deve gridare. Naturalmente, se tutti gridano e tutti sono d’accordo che si deve gridare, nessuno si chiede perché, per il semplice fatto che è l’unica cosa fuori discussione. Sto esagerando, è naturale: alcuni non gridano, ma si ha l’impressione che pochi li ascoltino e c’è da credere che è proprio perché non gridano.

Noi, che siamo da questa parte della barricata, ci chiediamo, con un pizzico di santa ingenuità, su quali possono essere i motivi di tanto gridare.

La crisi della politica e la crisi delle idee

Primo. Gridano perché sanno di essere lontani. Infatti, non grido in faccia a uno che mi sta a un palmo di naso. I politici dicono, quindi, con il loro sbraitare, che la politica è in crisi. Non parla alla gente: questa è lontana dalla politica e la politica si allontana sempre più dalla gente.

Secondo. Gridano perché hanno più fiducia nella loro forza che nella forza degli argomenti. Quando uno grida non ragiona, non esibisce argomenti, ma esibisce se stesso come l’unico argomento che conta. È come prendere per il bavero l’altro e dirgli, anzi: gridargli in faccia: ho ragione io, non stare a ragionare, ho già ragionato io al tuo posto.

Terzo. Gridano perché non hanno fiducia nella gente. Infatti “gli altri”, quelli che non vanno in televisione e non fanno comizi, possono soltanto ascoltare e, al massimo, gridare, a loro volta, il loro assenso. Lo sbraitare dei politici è segno di una carenza profonda di democrazia e del tentativo di trasformare la gente in folla, il cittadino in numero che vota.

La risposta: fare il cittadino che vuole essere rispettato

E allora, che fare? Bisogna fare, semplicemente. Se, nel nostro piccolo, è consentito un consiglio, suggeriamo all’elettore di spegnere la televisione o di cambiare canale quando incappa in uno dei tanti sbraitamenti televisivi. Di prendersi un giornale o di andare su un sito ben fatto di internet. Si può anche partecipare a un incontro organizzato da qualche circolo culturale, dove si è sicuri che si parla, si ragiona e non si grida. Insomma: cercare di farsi, con questi strumenti semplici, un’idea, seria, della questione. E poi di votare.  E votare, in questo bailamme, è il gesto silenzioso e provocatorio  del cittadino, che fa semplicemente il cittadino e che intende essere rispettato e farsi rispettare. Prima di essere per il sì o per il no, bisogna essere, semplicemente. Con la speranza che anche gli urlatori, prima o poi, imparino la lezione.

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2 commenti

  1. caterina marchesi on

    Mi scusi se ho condiviso il buon suggerimento *verso il referendum* con la mia opinione ma, non mi basta spegnere la tv perché comunque devo andare a votare è vorrei una democrazia cristiana prima di qualsiasi riforma. Se non le è garbata l’intrusione la elimino. Approfitto per ringraziare tutto il Santalessandro augurando una sempre più grande , buona continuazione

  2. Giancarlo Pasinetti on

    A me a volte si alza la voce per passione, perché mi appassiono, senza prevaricare nessuno. La passione è anche dolore nel vedere che non riesco a farmi capire a qualcuno. La passione è fatica. Spero che ci sia veramente un politico appassionato per il bene comune prima che personale. Senza polemiche, stento a vederne uno in questo mondo, mi auguro che siano in incubazione e che vengano alla luce. Grazie della possibilità di esprimere la mia opinione, rigorosamente in minuscolo.

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