Il vescovo Francesco ai catechisti: «Non arrendetevi di fronte agli abbandoni. Diventiamo compagni di viaggio, come Gesù con i discepoli»

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I discepoli di Emmaus se ne vanno. Un’immagine che ci viene consegnata dalla narrazione evangelica. Un’immagine che il vescovo Francesco Beschi raccoglie per restituire, agli oltre mille catechisti riuniti nella chiesa ipogea del Seminario per l’incontro diocesano annuale, la concretezza di quello che le parrocchie vivono spesso nell’ambito della catechesi. Un’immagine reale, che lascia molte volte senza parole, senza risposte.
«Ad andarsene sono i nostri ragazzi, i genitori coinvolti in percorsi di catechesi che poi se ne vanno. Sono i fidanzati che si affacciano ai cammini con perplessità, manifestano anche apprezzamento, ma poi se ne vanno. E noi ne siamo spettatori, tentati a volte di andarcene anche noi. Sono due, duecento, due milioni. La strada che va verso Emmaus è diventata un’autostrada». I catechisti ascoltano in un profondo e attento silenzio. Il vescovo ha svelato la fatica, le domande vere delle comunità. «Sono delusi. Così come lo erano quel giorno i due discepoli». Ma qual è allora il segreto che in quella giornata porta poi i discepoli a chiedere a Gesù di restare e a tornare sui loro passi pieni di gioia? «Quella di Gesù – spiega il vescovo – è una catechesi contestualizzata. Parla dove essi sono, nella loro storia, nella loro vita, nelle loro domande di quel momento. La catechesi ha bisogno che si determini il rapporto fra la mia esistenza ora e l’annuncio del Vangelo». I catechisti, molti dei quali svolgono il servizio nella comunità da molti anni, conoscono bene la realtà e la delusione del vedere l’abbandono di qualcuno, i posti lasciati vuoti, il disinteresse.
«Arriviamo anche a supplicarli di restare con noi. – dice il vescovo – Ma nel Vangelo accade il contrario. Sono i discepoli, che con il cuore scaldato perché raggiunto dall’amore, chiedono a Gesù di restare». Il segreto è farsi allora compagni di viaggio, come Gesù su quella strada di Emmaus. È lì che nasce il desiderio, perché si toccano il cuore e la vita concreta. «La catechesi ha bisogno di vita» come ha ricordato anche don Paolo Carrara nella riflessione che ha preceduto la celebrazione con il vescovo. «Abbiamo spesso davanti bambini distratti da mille cose. – ha detto una catechista nello spazio riservato agli interventi – e il tempo che passiamo con loro è poco rispetto alla loro vita». Ma quanto tempo serve per trasmettere l’amore del Vangelo? Per toccare la vita con la bellezza e la gioia del Vangelo serve che in quel tempo si mostri che la Parola di Dio non è sganciata dalla propria vita, da quella della famiglia, della comunità.
«Quella del catechista – ha detto don Carrara – è la vocazione di un’artista che condensa nel disegno il cuore del messaggio evangelico: la gioia, l’amore di Dio che sta prima e ci precede, l’amore verso i poveri, la misericordia e il perdono». Catechisti compagni di viaggio, catechisti artisti e catechisti missionari che, come ha concluso monsignor Beschi, «raccontino la loro storia di fede perché le persone a loro affidate diventino a loro volta missionari di quell’annuncio di gioia».

 

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