Il ricordo della prof Pinuccia Fracassetti: «Mi ha insegnato che anche dietro lo sforzo di imparare c’è un gesto d’amore»

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Giuseppina Fracassetti, per tutti Pinuccia, è stata docente di matematica e fisica al Liceo Scientifico «F. Lussana» di Bergamo. A 61 anni, a causa di un tumore al pancreas diagnosticato circa due anni fa, ha lasciato i suoi parenti, gli amici e i propri studenti e i colleghi della scuola che erano, possiamo dire, la sua seconda famiglia. Nei giorni scorsi in molti si sono riuniti ai funerali in Duomo.
Anche quando sono iniziate le terapie più debilitanti Pinuccia ha continuato a insegnare con passione e la propria inconfondibile vivacità, fino alla fine. Per tutti è stata un’ottima insegnante, severa ma imparziale. Per noi della 5ªA era la “Fraca”. Con lei ci si alzava in piedi quando entrava, fioccavano i 3 e i 4 e se riuscivi a prendere 6 eri felice. Poi certo, le secchie sono sempre esistite! Dopo la maturità cinque anni fa quasi tutti ci siamo laureati o comunque stiamo finendo l’università, in molti proprio nelle facoltà di matematica e ingegneria. Tra cene di classe, mail e uscite anche il nostro pensiero ha provato a darle forza nella battaglia. Io sto finendo odontoiatria, dura 6 anni come medicina e anche a me finalmente non manca molto. Ieri ho fatto per la terza volta il tracciato cefalometrico. Numeri e formule per comprendere la crescita scheletrica e dentale di un bambino e farne la corretta diagnosi. Doveva essere perfetto, non un errore, se so avrei dovuto rifarlo. Di nuovo. Ed io pensavo fosse perfetto! Ma una volta consegnato ho scoperto che mi era sfuggita una svista, un + invece che un -. Un po’ come alle superiori, ti ricordi? Alle esercitazioni prima della maturità me l’avevi detto, ero in coppia con uno dei tuoi alunni migliori… Immaginati come mi potessi sentire: sbagliata. E tu, anzi Lei, come si chiama chi è più avanti lungo la via, Lei mi ha detto: “eh ma la Fenili è bravina”. Ancora una volta la rabbia, quella che fa affluire il sangue caldo alla testa. Non penso di aver risposto. Di certo avrò avuto uno di quegli sguardi da energumena che i miei conoscenti e gli amici hanno imparato a memoria. Beh, forse oggi, da dove è ora profe, forse da lassù, forse dall’altra parte della livella o forse semplicemente altrove mi piace pensare che mi abbia ancora guardata. Sono rare le volte che siamo riuscite veramente a vederci, questo lo so. Però mi piace pensare che oggi quel tracciato sia stato valutato idoneo grazie a lei, perché quell’errore sono sicura di averlo fatto. E gli errori, all’università, si fanno ancora notare. Allora perché anche con quell’inezia di errore sono risultata idonea? Io credo per ricordarmi ancora del suo insegnamento, quello che attraverso la sua persona la matematica è riuscita a darmi. Cosa possono gli errori contro il tempo? Dove sono le verifiche delle superiori e quei segni rossi, quei giudizi? Una volta finita la scuola vengono riposti nel cassetto. Sono rimasti gli errori su quei fogli, quei compiti tanto sudati, detestati, amati, e di certo vissuti. Noi li sopravviviamo. Restiamo noi, imperfetti come le fugaci prove. Forse la matematica può fregiarsi di essere una scienza pura? Ma gli uomini, quelli che la creano, che la usano, non lo sono. Allora cos’è più importante? La perfezione, la bravura, o il miglioramento? Quegli errori sono stati ostici da digerire, e un po’ come con gli ostacoli a Parkour, che ho appena iniziato, quelle verifiche a volte mi è capitato di “attraversarle” e non di superarle, forse per la paura e il senso di inadeguatezza. Cosa mi è rimasto? Un 11/15 nella seconda prova, e la voglia di non smettere di sbagliare ma magari farlo sempre meno, grazie alla mia determinazione, all’Università. E stavolta non per compiacere lei profe o la matematica, stavolta per avere rispetto di me stessa ed avere coscienza che dietro agli sforzi per migliorarsi ed imparare una cosa utile per sé e per gli altri, c’è un gesto di amore. Quello che forse i migliori insegnanti riescono a insegnare: l’amore per se stessi, e come cerchi concentrici il proprio prossimo, la vita intera. Proprio ieri mattina c’è stato il suo funerale e purtroppo me lo sono persa, per ironia del destino immersa nei numeri con nelle mani squadre e goniometro a misurar lunghezze e angoli. Volevo ancora una volta ringraziarla profe, anche se non ci possiamo più vedere qui… Ma magari ci ritroveremo, forse dove non ci si può più vedere vecchi o giovani, sani o malati. Chissà, magari al di là, magari soltanto… Altrove.

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