Don Sergio Scotti, parroco di Ponteranica e Rosciano: “In quei nove anni bisogna dare il massimo”

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«Personalmente, penso sia giusto e opportuno dare una scadenza di nove anni alla permanenza di un parroco in una parrocchia. Il cambio porta a una verifica e a un rinnovamento personali del cammino fatto e da fare. Però questa norma sinodale non deve essere letta in modo giuridicamente freddo o burocratico». Don Sergio Scotti, 43 anni, da nove parroco di Ponteranica e da otto anche di Rosciano, parla del canone 73 del Sinodo diocesano del vescovo Roberto Amadei, in cui si dice che, di norma, la nomina di un parroco debba avvenire per un tempo determinato di nove anni, al termine dei quali la decisione spetterà all’ordinario diocesano.
«Con questa norma — racconta il parroco di Ponteranica e Rosciano — ogni parroco sa che ha davanti a sé un periodo di tempo e di lavoro con una precisa durata e perciò deve dare il massimo pastoralmente in questo lasso di tempo che ritengo non troppo lungo, né troppo corto. In passato, c’erano parroci che guidavano una parrocchia anche per 40-50 anni ininterrotti o a vita. Questo è impossibile e inimmaginabile nella nostra epoca storica, di fronte ai tumultuosi cambiamenti avvenuti e che continuano senza sosta». Don Scotti non vuole dare una interpretazione burocratica alla norma sinodale. «Credo che sia una norma da leggere in modo pastorale e non meramente giuridico-burocratica o da spartiacque nella vita di un prete, perché un parroco non è un impiegato con contratto al termine del quale viene licenziato».
Per don Scotti, il termine di nove anni può e deve diventare una grande occasione di verifica con il proprio vescovo diocesano, ma anche di verifica personale. «Come ogni persona, un parroco, con il passare degli anni, è tentato di sedersi, di continuare a fare quello che ha sempre fatto e di sentire con difficoltà il cambiamento di parrocchia. Ecco perché una durata prestabilita dell’incarico è opportuna. Al termine, una verifica con il vescovo sul cammino fatto diventa un fatto molto costruttivo da ambo le parti e anche per lo stesso parroco, che può interrogarsi a livello personale sul suo modo di essere guida di una comunità e anche di fare il prete. Poi sarà ovviamente il vescovo a decidere sul futuro. Fortunatamente, fra i parroci sta tramontando la mentalità del sentirsi trascurati e non riconosciuti se mandati in un’altra parrocchia che abbia anche soltanto un abitante in meno rispetto alla precedente».

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