Vivian Maier, la tata con un tocco magico per la fotografia. I suoi scatti all’Arengario di Monza

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È la tata più nota al mondo, dolce, gentile e capace con la sua allegria di colorare le grigie giornate dei bambini trascurati dai genitori. Parliamo di Mary Poppins, la bambinaia un po’ magica nata dalla penna di Pamela Lyndon Travers e resa celebre da Walt Disney, che ci ha fatto sognare sulle note dello “spazzacamin”. La vita vera ci ha consegnato la storia incredibile di un’altra tata, meno conosciuta e fortunata di Mary Poppins: si chiama Vivian Maier. Per tutti è stata semplicemente “the nanny”, la tata, proprio per il lavoro che svolgeva per le famiglie della upper class degli Stati Uniti, tra gli anni ‘50 e ‘70 dello scorso secolo.

Anche Vivian, come Mary Poppins, aveva con sé un oggetto un po’ magico, non era la stupefacente borsa piena di oggetti, bensì la Rolleiflex, una macchina fotografica. Cosa facesse con questa Rolleiflex nessuno lo sapeva e forse non interessava nemmeno più di tanto; d’altronde era una semplice “nanny” che conduceva una apparente vita normale e un po’ monotona. Vivian morirà nel 2009 in una casa di cura ad Higland Park, anziana, sola e con alcuni debiti, come capita alle persone povere. E poi? E poi arriva il vento dell’Est, il vento della Storia che, per un qualche ignoto senso di giustizia quasi soprannaturale, riordina le vicende umane dando alle persone il posto che spetta loro nello scacchiare della vita. Così per un caso tanto fortuito quanto straordinario, nel 2007 un giovane ragazzo che bazzicava per le aste di quartiere, tale John Maloof, intento a recuperare immagini della Chicago degli anni ‘50-‘60, acquista un’enorme scatolone che aveva al suo interno una serie di negativi. Maloof inizia a sviluppare le foto e, tra lo stupore e la meraviglia, si accorge della qualità eccezionale delle immagini; fotografie dalla bellezza sconvolgente, cariche di un realismo così vivo e umanamente coinvolgente da lasciare senza fiato. Sullo scatolone c’era solo un nome, “Vivian Maier”, nient’altro. Il ragazzo si muove alla ricerca di questa “fotografa” misteriosa, ma nulla, niente di niente; fino ad un annuncio mortuario nel 2009 su un giornale di Chicago.
John riesce a risalire il fiume delle vicende della Maier; incontra persone che in passato avevano conosciuto la cara nanny, i vari datori di lavoro, e quei bambini divenuti adulti, un tempo accuditi da Vivian; ma nessuno conosceva la sua “seconda” vita. Maloof ritrova altri negativi e migliaia di rullini, anche questi con immagini straordinarie e suggestive. Realizza proprio a Chicago un’esposizione con le foto della misteriosa tata street-photographer. Un successo incredibile! E così il mondo all’improvviso scopre Vivian Maier, che viene subito annoverata tra i più grandi fotografi del Novecento, al pari di Alfred Stieglitz, Moholy-Nagy.
Le foto di Vivian sono uno spaccato della società statunitense: intense, vive, emotivamente trascinanti e dotate di una capacità narrativa unica. Ma c’è di più, gli scatti sono altamente professionali: uso perfetto della luce e della rifrazione, inquadrature definite da puntuali angoli di visuale, variazione misurata della messa a fuoco e dello sfocato. E poi ci sono i soggetti immortalati: gli operai che consumano un fugace pasto ai bordi del marciapiede, i bambini che piangono, ridono, giocano o curiosano in scatoloni, e tantissimi personaggi comuni, tutti umanamente vivi e sinceri. A queste persone Vivian, attraverso i suoi scatti, le sue inquadrature, donava una nuova dignità e sensibilità; soffermandosi spesso sulla particolarità del viso e sulle espressioni facciali: un sorriso, una smorfia di dolore, un volto corrucciato dalle rughe. Ma di lei non si conosceva nulla, la tata Viv preferì l’anonimato, ma forse il mondo fu incapace di conoscerla veramente. Si apre un nuovo anno ed un augurio speciale va alle tante Vivian Maier che per scelta propria oppure a causa della nostra superficialità e del nostro egoismo forse non conosceremo mai. Le sue fotografie sono in mostra – se volete vederle da vicino, e ne vale sicuramente la pena – all’Arengario di Monza fino all’8 gennaio. Orari: da martedì a venerdì 10-13 e 14-19, sabato e domenica 10-20. In mostra oltre cento scatti.

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