Gli scatti di Francesco Malavolta raccontano l’Odissea dei migranti: «La fotografia è un modo per dare voce a chi non ne ha»

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La foto di apertura del post è di © Francesco Malavolta

Dal 2011 Francesco Malavolta documenta, per conto dell’Agenzia dell’Unione Europea “Frontex”, quel che accade lungo i confini marittimi e terrestri del Continente. Per il fotogiornalista, nato a Corigliano Calabro in provincia di Cosenza nel 1975, la fotografia è uno strumento fondamentale di racconto, di testimonianza visiva dal forte impatto emotivo, anzi, specifica Malavolta «Deve servire solo a quello. Il fotografo non è altro che un mezzo per dare voce a chi non ne ha. Questo è il primo obiettivo. Spesso, negli ultimi anni, non solo alcuni fotografi, ma anche alcuni giornalisti e registi cercano più un’eco personale piuttosto che seguire la missione di documentare, raccontare per far diventare memoria storica ciò che hanno visto».

Francesco di storie, situazioni e drammi nel corso del suo lavoro ne ha visti parecchi. «Ho passato molto tempo a Lampedusa, sommando il periodo trascorso nell’isola siciliana nell’arco degli anni, posso dire di esserci stato in pratica 7/8 mesi. Solo nel 2011 sono rimasto a Lampedusa più di 3 mesi e mezzo, era quello il periodo di maggiore affluenza di migranti, tra fine febbraio e maggio. Ho visto “Fuocoammare” il docufilm di Gianfranco Rosi, dove ho ritrovato il dottor Bartolo che ho fotografato spesso. Molto bella la storia di Pietro Bartolo, medico impegnato in prima linea sul fronte della tragedia dei migranti, che si sacrifica quotidianamente, perché lì l’emergenza è diventata la normalità. Il secondo luogo da me più documentato è l’isola di Lesbo, con circa 2 mesi e mezzo di lavoro in più anni. La Grecia è il territorio dopo l’Italia che mi ha visto di più, totalmente in Grecia avrò passato negli ultimi 6 anni circa 4 mesi: Salonicco, Chios, il fiume Evros… e poi tanti altri luoghi. Dalla Serbia alla Fyrom (Repubblica di Macedonia), dall’Ungheria ai Balcani, dallo Stretto di Gibilterra alla Tunisia della Primavera araba. Centinaia e centinaia di lavori ritornando spesso negli stessi luoghi, toccando tutti i punti nevralgici del Vecchio Continente».

Malavolta ha iniziato a fotografare per gioco da adolescente con una piccola Canon, dopo una formazione da autodidatta ha conseguito un master in Fotografia presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. La svolta per lui è avvenuta dopo l’incontro con Franco Fontana e Gianni Berengo Gardin. «In quel periodo, era il 2009 o il 2010, avevo bisogno di nuovi stimoli, li ho trovati casualmente una notte d’estate dando un passaggio con la mia automobile a due maestri della fotografia italiana, Fontana e Berengo Gardin. Era in programma nella mia cittadina natale l’annuale festival di fotografia. Entrambi mi dissero che per la tematica della quale mi occupavo, allora e adesso, sui flussi migratori, serviva dare continua testimonianza diretta. Quindi, dopo aver mostrato alcuni miei scatti, Fontana e Berengo Gardin mi invitarono a proseguire il mio lavoro».

Dal 1994 il fotoreporter collabora con varie agenzie fotografiche nazionali e internazionali, tra le quali “Associated Press”, con organizzazioni umanitarie quali l’UNHCR e l’OIM. «La mia è una fotografia di semplice lettura, è una fotografia che racconta, documenta. Preferisco che mi si dica che documento tutto quello che succede, piuttosto che fotografare. Fotografare mi sembra qualcosa di isolato, il lavoro di documentazione a mio avviso è più lungo. È quello che faccio ormai da vent’anni, da dieci in maniera continuativa che partono dal 2007/2008. Mi trovo sul posto dove ci sono sbarchi o situazioni d’emergenza legati ai popoli in movimento, a quelle persone che decidono di muoversi per ovvi motivi di sopravvivenza» ci confida Francesco che segue le vicende legate all’immigrazione fin dall’inizio degli anni Novanta, dai tempi del grande esodo dall’Albania.  «Lì ho capito i flussi migratori. Nel ’93/’94 nel porto di Brindisi compresi le motivazioni che spingevano quel popolo ad abbandonare il paese di origine».

Fin da subito il fotoreporter ha orientato quasi totalmente il suo lavoro sulle frontiere e di conseguenza sul flusso migratorio dei popoli, in particolare su quello proveniente dal mare. Più che di “flusso migratorio” Malavolta preferisce parlare di “popoli in movimento”. «Questi popoli sono in eterno movimento, fateci caso. Alcune popolazioni non partono dal luogo natio per andare in un altro luogo ma fanno tante tappe anche perché vi sono costrette, allontanate da alcuni Paesi, trovano rifugio in altre Nazioni. Pensiamo ai profughi siriani: alcuni di loro prima sono transitati in Giordania, poi in Turchia e da lì in Grecia. Una vera odissea, che li porta a viaggiare verso il Nord Europa, semmai in Germania. Mi piace pensare che questi popoli in movimento che sono stati costretti ad abbandonare la loro patria, un giorno possano tranquillamente ritornarci. Chissà! È quello che auguro loro». Osservando gli scatti di Francesco sembra di avere di fronte un dipinto di Caravaggio pieno di chiaroscuri che esaltano il dramma di quest’umanità in fuga. Ciò dipende anche dal fatto che il fotografo non ritocca in studio le immagini. «Durante la postproduzione faccio solo delle piccole migliorie, per esempio le luci, che non modificano il contenuto dello scatto. Non faccio “postproduzione spinta”, perché ho la necessità di essere veloce».

Tra le tante fotografie di Francesco una cattura la nostra attenzione: un ragazzo e una ragazza che si baciano in un contesto particolare. «L’ho scattata nell’ottobre del 2015. Ero nel Mar Egeo esattamente tra l’isola di Lesbo e la costa turca, a bordo di una unità navale norvegese inviata da Frontex. Dovevo documentare il lavoro di questo equipaggio che stava lì da sei mesi per aiutare i migranti che andavano verso Lesbo. C’erano alcune persone in acqua prive di forze, perché avevano trascorso la notte in mare, il loro piccolo gommone era naufragato. Non conoscevamo il numero esatto dei naufraghi dispersi. Prima salvammo due uomini e poi dopo circa un’ora trovammo due donne, una era la madre del giovane che avevamo salvato prima, l’altra la sua fidanzata o forse chissà la moglie. Il ragazzo e la ragazza, come si sono visti, benché fossero entrambi stremati, si sono scambiati un bacio, perché ognuno pensava che l’altro fosse morto. Durante la notte precedente, dopo il naufragio, la corrente aveva distanziato i singoli gruppetti di persone che stavano in acqua fornite di salvagente. Per fortuna le dieci persone cadute fuori da quel piccolo gommone naufragato furono recuperate tutte vive».

L’8 luglio del 2013 Papa Francesco compì la sua prima visita pastorale a Lampedusa, una delle tante periferie dell’esistenza. «Di quel giorno ricordo questo uomo carismatico che decise di compiere il suo primo viaggio apostolico a Lampedusa per ricordare il sacrificio di 20mila migranti che sono morti nel Mediterraneo mentre fuggivano dalla fame e dalla guerra per cercare un futuro dignitoso. Un segnale molto forte quello di Papa Francesco, un viaggio che fu anche una denuncia nei confronti di un’Europa che allora come oggi si dimostra troppo burocratica, troppo meccanica. Il discorso sull’accoglienza secondo me, dovrebbe essere rivisto completamente. Mi recai a Lesbo alcuni giorni dopo la visita di Bergoglio, nell’aprile del 2016. C’erano ancora delle tracce molto forti della recente presenza del Papa. Tenendo presente che stiamo parlando di un’isola appartenente a un Paese, la Grecia, che professa la religione cristiana ortodossa, in molti luoghi notai i santini del Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo accanto a quelli che ritraevano l’immagine di Papa Francesco. Allora pensai che di fronte a un’emergenza umanitaria come quella, le diverse religioni avevano fatto fronte comune», conclude il fotoreporter.

 

 

 

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