I parroci che devono dimettersi. Il parere di una monaca

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Cara suor Chiara, ho letto con interesse gli articoli del sant’Alessandro sui parroci che devono dimettersi. Voi monache e monaci, spesso, siete legati per lungo tempo allo stesso monastero. Mi pare che voi siate soprattutto per la stabilità. Dal vostro punto di vista come vedete l’eventuale obbligo dei parroci di dimettersi dopo nove anni? Grazie. Fabio

La stabilità del monastero

Caro Fabio, mi poni una domanda impegnativa, ma cercherò di condividere, con timore e tremore, alcune semplici riflessioni. La nostra forma di vita è decisamente diversa da quella sacerdotale. Come tu dici noi viviamo la “stabilità”, siamo in clausura: entrate in monastero, generalmente vi rimaniamo per sempre. Ogni monastero è autonomo, non siamo come le suore di vita attiva soggette a trasferimenti. Nessuna sorella può essere mandata in un altro monastero o cambiare comunità di sua iniziativa se non per motivi gravi di salute o per aiuti temporanei ad altre fraternità. I nostri monasteri di sorelle povere di santa Chiara sono raggruppati in federazioni: la nostra riunisce quelli di Lombardia, Piemonte e Liguria. Il cammino federale è coordinato e animato da una sorella presidente e da un consiglio eletto dai monasteri ogni sei anni; essi sono deputati ad animare la comunione tra le fraternità, a promuovere la formazione comune e a sollecitare gli aiuti fraterni necessari a favorire la buona qualità della vita evangelica.

Il monastero molto diverso dalla parrocchia

Nella vita monastica la stabilità è condizione necessaria per garantire e custodire la vita contemplativa, affermando, a nome di tutta la chiesa, il primato di Dio. La stabilità apre alla dimensione della profondità, del cercare il volto di Dio. Entrare in monastero è immergersi consapevolmente nell’umano più ordinario, e cercare il volto di Dio nell’altro che sono i fratelli. Davanti a questo orizzonte vocazionale comprendi come sia diverso l’esperienza di un parroco, chiamato a servire la propria comunità nell’annuncio del Vangelo. Dal mio osservatorio, l’obbligo a dimettersi dopo i nove anni, si colloca nel processo di evoluzione che caratterizza il nostro tempo. Era impossibile prevederlo anni fa: il parroco era una istituzione nel proprio paese e vi rimaneva a volte sino al compimento della propria esistenza. Ora i tempi sono mutati. Viviamo in una società pluralista e in continuo cambiamento antropologico, culturale, sociale…

I nove anni sono un termine ragionevole. Il parroco non coincide con la parrocchia

Non ci si può fermare o restare fissi in schemi rigidi, ma occorre restare in una tensione di ricerca per trovare modalità di comunicare e formare alla fede adatte all’oggi. Nove anni di permanenza in una parrocchia sono un tempo sufficiente per conoscere la gente e offrire il proprio apporto alla crescita della comunità. Un tempo prolungato rischia la ripetizione di schemi, iniziative pastorali, modalità di relazione: certo, il cambiamento presuppone la flessibilità e la docilità, che forse sono assenti dalle nostre comunità un po’ troppo strutturate. Inoltre il clima spirituale di una comunità e la sua maturità non sono in relazione alla leadership del parroco o alla sua capacità di accentrare nella sua persona la buona riuscita di proposte o percorsi, ma alla capacità di accogliere il Vangelo che viene annunciato e che vuole formare nella gente, la piena maturità di Cristo. La qualità della vita cristiana non è data né dai preti, né dalle monache, né da quanti si spendono per gli altri, realtà importanti e significative, ma si esprime in maniera significativa ed evangelicamente sensata, se può essere una strada di vita e una buona notizia nell’oggi della storia.

Il parroco non lavora per sé

Il buon lavoro di un parroco non è autoreferenziale, ma pedagogico, capace di far crescere donne e uomini che sanno stare nella vita da credenti, diffondendo il buon profumo di Cristo nei diversi ambiti del vivere, ed essere animatori nella comunità cristiana. Certamente non sottovaluto il legame affettivo e relazionale che un parroco instaura con la sua gente e che, con il suo cambiamento, chiama a una purificazione e a una conversione del cuore e della mente, per ricentrare la vita sull’essenziale: Dio. Credo che la questione sia complessa e deve rimanere in un attento e oculato discernimento, poiché non è in gioco solo il tempo di permanenza di un sacerdote, ma l’identità del prete in questo nostro tempo. Inoltre, l’imminente suddivisione delle parrocchie in unità pastorali della diocesi, sarà un’ulteriore sfida che vedrà in breve tempo mutarsi anche la geografia della nostra Chiesa di Bergamo. La sfida è quella di rimanere in un atteggiamento di ricerca per trovare vie incisive di evangelizzazione e pastoralità, e questo assumendo la modalità della sinodalità.

Il buon parroco semina Vangelo. Poi si ritrae

Occorre crescere nella consapevolezza che la Chiesa, e quindi i presbiteri, camminano insieme per leggere la realtà con gli occhi della fede e con il cuore di Dio; pastore è colui, che sente dell’odore delle pecore che gli sono affidate, ascolta con umiltà, accoglie con cuore aperto ciò che dicono i fratelli e si pone al loro servizio come uomo di comunione per il tempo utile a seminare il Vangelo; poi si ritrae, per lasciare il servizio ad altri e continuare altrove la sua opera di evangelizzatore, poiché il Regno è oltre i nostri angusti confini.

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