La pentola a pressione, questa sconosciuta. Meno tempo, più gusto: ed è anche una scelta etica

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Come ogni vera donna, ne ero terrorizzata. Paventavo esplosioni, bombardamenti di schegge, ustioni di terzo grado e costosissime plastiche facciali. La pentola a pressione, agli occhi di moltissime donne (gli uomini no, loro sono impavidi. E se mai ne è davvero esplosa qualcuna, è successo a un uomo…), appare come un’arma di distruzione di massa. Ho visto in TV conduttrici di programmi di cucina dichiarare di averne un sacro terrore. Ho sentito storie da brividi su soffitti di cucine devastati dalle deflagrazioni (le leggende metropolitane in materia abbondano).

E poi ho dovuto usarla. Essendo figlia di madre dal titolo di Cintura Nera di Pentola a Pressione, m’è toccato. Per ereditare le ricette di mamma, ho dovuto affrontare il temibile marchingegno. Il primo me l’ha regalato proprio lei, quando ho iniziato a cucinare (in tardissima età. Ma questa è un’altra storia). Ho imparato a farci l’arrosto – prima di diventare vegetariana – il risotto, le verdure al vapore…

Poco alla volta ci ho preso la mano. Dopodiché, sono impazzita. Ci manca di prepararmi la colazione, con la pentola a pressione, e poi siamo a posto. La PaP (affettuoso acronimo usato in cucina) esalta i sapori dei cibi, permette la cottura a vapore e senza grassi. Soprattutto, riduce drasticamente i tempi di preparazione. Il che equivale non solo a un risparmio di ore, ma anche a una notevole riduzione dei costi, sia per quanto riguarda gas (o energia elettrica) che per quanto riguarda l’acqua.

Giusto ieri dicevano al TG che pare aumenterà il prezzo del caffè al bar, a causa del lievitare dei costi di acqua ed energia sostenuti dai baristi. In effetti, fare un caffè costa anche in questo senso. Figuriamoci cucinare un intero pasto, che magari richiede ore e ore di cottura…Per farla breve: adesso ne ho due, di pentole a pressione.

Non è vero, scusate, ho mentito. Ne ho tre. Faccio coming out. Ho la “tradizionale” regalata da mamma, una piccola da due litri e mezzo che uso praticamente tutti i giorni e una media da quattro litri. Ciononostante, mi capita di dover lavare una pentola a pressione fra una preparazione e l’altra: ne faccio un uso smodato.

Il risotto viene perfetto, e pronto in sette minuti. Con le verdure, alla milanese, con i legumi… Il brodo vegetale è pronto in mezz’ora. Gustoso, genuino e con le verdure pronte per essere riciclate in torte salate, frittate di ceci o polpette. La pasta – sì, la pastasciutta – raggiunge una cottura ottimale in soli cinque minuti. Basta prenderci la mano, fare un po’ di prove.

Dopodiché, ci si ritrova a chiedersi: perché mai dovrei mettere a bollire svariati litri d’acqua per dieci, quindici minuti, e poi cuocerci la pasta per altri dieci, quando in cinque minuti e con una quantità minore d’ingredienti posso ottenere un risultato identico, se non migliore? Motivi non ne ho trovati. E ormai la pasta la faccio sempre così.

Certo: non ci posso cuocere la pasta lunga, né la pasta fresca fatta in casa. Però ci faccio anche la polenta (sì, sono bergamasca. Sì, amo la polenta cotta nel paiolo per un’ora e mezza. E sì, la cuocio anche in pentola a pressione in quindici minuti).

Più la uso, più imparo a usarla. Ho un libro di ricette specifiche – uno dei pochi ancora reperibili, e piuttosto datato – in cui l’autrice dichiara che i suoi tentativi con la pasta sono stati un mezzo fallimento.

Ah, signora mia, mi dispiace per lei ma io ho trovato il segreto! E lo condivido con tutti (ho già riempito il mio blog di cucina e la mia pagina su Oreegano di ricette con la pentola a pressione… E ho appena cominciato!). Voglio gridarlo ai quattro venti: la pentola a pressione – soprattutto quella di ultima generazione – non è uno strumento pericoloso. Basta saperla usare.

E saperla usare significa risparmiare tempo, risorse e denaro. Mangiando bene. Vi pare poco?

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