Cedi la strada agli alberi di Franco Arminio: passioni intime e civili. La poesia ai tempi del web

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Franco Arminio, scrittore e poeta, ricorda di aver scritto le sue prime poesie con la penna rossa “su una di quelle agende in finta pelle che regalavano i commessi che venivano all’osteria di mio padre”. E poi, ancora, in auto “sulla Centoventisette verde di Antonietta”. Ricorda di aver riempito grossi sacchi neri di minute da buttar via. Sono azioni che rispecchiano l’idea tradizionale e forse un po’ stereotipata che abbiamo di un poeta: uno che riempie i fogli di centinaia di versioni della stessa poesia, prima di arrivare a “quella giusta”. Eppure poi nella sua raccolta “Cedi la strada agli alberi” (Chiarelettere) ecco comparire una sezione un po’ inconsueta “La poesia ai tempi del web”, in cui regala un’immagine molto suggestiva: la rete è come “un libro infinito”, a cui “ognuno aggiunge la sua pagina. A volte sembra quasi che per avere la sensazione di essere letto devi strapparla, la tua pagina, devi sparire. L’unica pagina che viene letta è la pagina bianca”. E ancora “La poesia è un mucchietto di neve/in un mondo con il sale in mano”: un mondo diviso tra reale e virtuale, in cui il senso del sacro sbiadisce, mentre ogni profilo Facebook diventa una sorta di banchetto, come quelli del mercato, in cui ognuno espone ciò che vuole “vendere” di sé: “Non c’è differenza tra chi esibisce la sua gamba monca, l’occhio in cui cigola il delirio, e quelli che fanno finta di stare qui perché vogliono cambiare il mondo, fanno finta di indignarsi, insomma fanno finta di essere scrittori. Facebook è una creatura biforcuta perché porta la scrittura, ma la porta in un clima che sembra quello televisivo. Chi scrive, chi commenta, deve ogni volta decidere da che parte stare, sapendo che da quando abbiamo smesso di credere all’invisibile e al sacro tutto il visibile e il profano non ci basta più, e ci basterà sempre meno”. A questo scenario Arminio impone la scrittura e il verso come imprescindibile forma di guarigione, come atti a cui comunque il poeta non può rinunciare, perfino a scapito di se stesso. E il primo gesto di creazione è lo sguardo: “Io sono la parte invisibile/del mio sguardo/l’entroterra/dei miei occhi”. La stessa azione di guardare, di gettare una prospettiva sulla realtà implica coraggio: “Fai cose coraggiose,/ti fa ringiovanire./E poi torna, pensa che sei contento,/fallo sapere ai tuoi errori/che li vedi, li riconosci/ e li guardi con clemenza./Guarda dentro e guarda fuori,/guardare è una culla.” Ogni particolare, una scoperta, con un linguaggio vicino eppure lontanissimo da quello dei social network: “Quando guardiamo con clemenza/facciamo piccole feste silenziose,/come se fosse il compleanno di un balcone, /l’onomastico di una rosa”.  Vale la pena di conoscere questa prima raccolta di versi di Arminio, nato in Irpinia, autore di una ventina di libri, più conosciuto come “paesologo” che scrive da anni sui giornali e in rete a difesa dei piccoli paesi, e di ascoltarlo giovedì 20 aprile alle 18 alla Fiera dei Librai. Nelle sue poesie vibrano vere passioni intime e civili, e i suoi versi sono limpidi, scorrono come l’acqua con una semplicità che si intuisce conquistata a caro prezzo.

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