Il potere rivoluzionario della tenerezza: è uno strumento di lotta. Ci porta a scoprire il senso della fragilità e del limite

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Ma servirà davvero a qualcosa, lo studio della teologia? Forse, ai giorni nostri, nemmeno tra i credenti è scontato che tale domanda riceva una risposta affermativa. A noi pare tuttavia di aver capito qualcosa in più sulla questione leggendo un volume che in pochissimo tempo è stato più volte ristampato, «Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile» (Ponte alle Grazie, pp. 192, € 14,00): in queste pagine abbiamo trovato una prova che la teologia può aiutarci non solo a comprendere un po’ meglio chi sia Dio, ma anche a riscoprire il senso degli affetti e dei legami tra gli esseri umani, chiarendoci i motivi per cui tutti noi – magari a fasi alterne – siamo convinti che meriti vivere. L’autrice del libro, la teologa Isabella Guanzini, ha collaborato a lungo a Vienna con il centro di ricerca interdisciplinare Religion and Transformation in Contemporary Society, fondato dal professor Kurt Appel (che – per inciso – risiede in provincia di Bergamo); recentemente, la studiosa cremonese è anche divenuta ordinario di Teologia fondamentale all’Università di Graz.

Professoressa Guanzini, oggi un discorso sulla tenerezza non rischia di risultare puramente “consolatorio”? Negli affetti di coppia o familiari non si cerca per prima cosa un po’ di sollievo dalle durezze dell’ambiente sociale circostante?

«Nelle prime pagine del mio libro ho affrontato questo possibile equivoco. Sulla parola “tenerezza” pesa un’ipoteca, per cui subito la mente va a immagini smielate, all’idea di un “supplemento d’anima” di cui avremmo bisogno per tirare avanti in tempi così difficili. Qualcosa di analogo, però, capita con molte altre parole, come “amore”: un termine che oggi abbiamo quasi paura a pronunciare, al punto che – come notava Roland Barthes – la sentimentalità parrebbe ormai aver preso il posto della sessualità tra gli argomenti socialmente inopportuni. Di fatto, nella mentalità corrente, la dimensione della tenerezza è relegata nella sfera intima: si ritiene che non abbia nulla da dire nell’ambito pubblico e politico».

Con il suo volume, lei ha voluto contestare questo pregiudizio?

«Ho cercato di mostrare come l’esperienza della tenerezza riguardi potenzialmente qualsiasi tipo di incontro e relazione tra esseri umani, qualsiasi spazio della vita collettiva. Così concepita, la tenerezza non costituisce una “fuga” dal mondo; al contrario: può tradursi in una lotta, in un esercizio critico nei riguardi di un modello economico e sociale prevalente nella nostra epoca».

La tenerezza – giustamente intesa – è anche una forma di conoscenza? Ci si intenerisce veramente per una persona nel mentre si coglie la sua haecceitas, come dicevano i filosofi medievali? La sua insostituibile «singolarità»?

«Per me la tenerezza è davvero un atto di conoscenza; presuppone un’attenzione profonda ai segni che ci vengono da altre persone. Aggiungerei che la tenerezza ci pone in contatto soprattutto con la “parte fragile” di noi stessi e degli altri, con la nostra comune finitezza e mortalità. Si tratta di comprendere, come direbbe san Paolo, che “il tempo si è fatto breve”: non nel senso che mancherebbe poco alla fine del mondo, ma a significare che in ogni istante si decide la qualità del nostro esistere. Mi pare che questa urgenza del momento presente sia mirabilmente espressa nei testi della poetessa Mariangela Gualtieri: per esempio, quando lei scrive che nell’ora bisogna essere “gentili”, perché poi “non avremo le mani”, “non potremo fare carezze con le mani”. Questo è il tempo della tenerezza; proprio ora abbiamo l’improrogabile opportunità di accarezzare il mondo e gli altri».

Però, oggigiorno, noi abbiamo soprattutto l’impressione di vivere in un tempo di shock. Siamo anche tirati da parti opposte in un letto di Procuste: la tv e i social network ci prescrivono l’ideale di un godimento immediato ed esibito; d’altra parte, ci viene ribadito costantemente che dobbiamo vigilare sul nostro benessere, su quello dei nostri figli e su tutto quanto accade intorno a noi.

«Già all’inizio del Novecento, ne La metropoli e la vita dello spirito, Georg Simmel notava come il tempo della moderna vita urbana fosse “sovreccitato”, al punto che gli individui – per una naturale reazione difensiva – assumerebbero lo stile dell’homme blasé, scettico e disincantato. Oggi, questo aspetto di iperstimolazione si è molto intensificato: noi oscilliamo perciò tra l’esaltazione e lo sfinimento. In più – come lei diceva -, siamo soggetti a un serie di nuovi imperativi decisamente contraddittori: ci viene prescritto il godimento (enjoy yourself!), che in passato rappresentava semmai una trasgressione della norma; contemporaneamente, ci viene insegnato che occorrerebbe essere cool, fascinosi, vincenti, al passo con i tempi. Il risultato complessivo è estenuante».

Come si possono allora recuperare degli spazi alla tenerezza? Verrebbe da dire: degli spazi per l’umano che si ostina ad abitare in noi?

«Una possibilità viene dalla riscoperta dello Shabbat in senso biblico, della regola del riposo settimanale; o anche da una rivalutazione del “gioco”, inteso come attività gratuita, di per sé improduttiva eppure profondamente connaturata all’essere umano. Nel mio libro, cito pure lo scrittore e poeta austriaco Peter Handke, che distingue tra una “cattiva” e una “buona” stanchezza: mentre la prima abbrutisce e genera opposizioni, la seconda induce a un ridimensionamento delle pretese dell’io e a un atteggiamento di abbandono al mondo, che facilita la comunione con altri; è questa la stanchezza dei contadini che hanno appena finito di trebbiare, o dei carpentieri che hanno costruito insieme una casa. Tale “disarmo” ci fa ricordare che il lavoro è importante, certo; però noi non ci riduciamo a quanto andiamo producendo o consumando».

La «rivoluzione del potere gentile» a cui fa riferimento il sottotitolo del suo volume è quella avviata, negli ultimi anni, da Papa Bergoglio. Francesco è molto amato, dentro e al di fuori dei confini visibili della Chiesa, ma è anche criticato: alcuni gli imputano di insistere eccessivamente sul momento della “misericordia”, a scapito della “verità” della dottrina.

«Io ho studiato a lungo i documenti di questo Papa; nel 2015, a Vienna, abbiamo anche promosso un convegno internazionale sulla sua esortazione apostolica Evangelii gaudium. Mi sento perciò nella condizione di poter dire che lo stile pontificale di Francesco ha una precisa connotazione teologica. C’è un passaggio di Evangelii gaudium, in particolare, che costituisce per me un “faro”: nei paragrafi 36 e 37,  citando il Concilio Vaticano II ma anche san Tommaso d’Aquino, Bergoglio afferma che nella dottrina e nell’insegnamento morale della Chiesa esiste una “gerarchia” delle verità (“Tutte le verità rivelate – egli scrive – procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del Vangelo”). In un contesto così complicato e nuovo, com’è quello dell’epoca presente, Francesco dice che occorre ritornare sul nucleo essenziale della tradizione cattolica, in modo da poter comunicare ciò che di più bello, di più significativo essa ha in sé; questo, sempre tenendo presente che “Dio nessuno lo ha mai visto; proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”».

L’approccio di Francesco è volto a facilitare l’incontro e la condivisione?

«Sì, in alternativa a un arroccamento su se stessi, a un utilizzo della fede come leva per una rivendicazione caparbia di una propria identità di gruppo. Bergoglio, in realtà, non tende affatto a relativizzare la verità cristiana; semmai è volto a “radicalizzare”, cioè a riportare in primo piano il messaggio fondamentale del Vangelo – messaggio che ha poi molto a che fare con la tenerezza».

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