Immigrati, no alla «sindrome da invasione». Gian Carlo Blangiardo al BergamoFestival: «Alzare muri non serve. Ci vorrebbe una mobilità circolare»

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Giustamente, da un punto di vista evangelico e umanitario, si può/si deve affermare che l’«accoglienza dello straniero» costituisce un principio irrinunciabile. Ma poi, occorre pure prendere atto di una «sindrome da invasione», diffusa e contagiosa, la stessa per cui tra gli italiani – nei sondaggi – prevale l’idea che gli stranieri costituiscano ormai il 26 per cento della popolazione (mentre la percentuale effettiva è dell’8-9). A una serie di luoghi comuni sugli immigrati (che godrebbero di privilegi rispetto ai «nostri» giovani, graverebbero sul welfare eccetera) l’edizione 2017 del BergamoFestival «Fare la Pace» – in programma dal 4 al 14 maggio – vorrebbe rispondere non tanto con perorazioni fervorose, quanto con una disamina di dati e situazioni reali. Per esempio, avrà come tema «Gli immigrati rubano il posto di lavoro, anzi no». Stranieri, da emergenza a opportunità il confronto che si terrà mercoledì 10 maggio nell’ambito del BergamoFestival alle 21 al Centro Congressi “Giovanni XXIII”; all’incontro, moderato dal presidente di Ipsos Italia Nando Pagnoncelli, prenderanno parte Luca Paolazzi, direttore del Centro Studi di Confindustria, e Gian Carlo Blangiardo, ordinario di Demografia all’Università di Milano-Bicocca e autore di diversi saggi, anche a carattere divulgativo, sui nuovi flussi di popolazioni.

Professor Blangiardo, partiamo da una questione interna ai nostri confini nazionali: lei ci conferma che in Italia è iniziato un «inverno demografico»?
«Evidentemente è così. Ancora in un recente passato, si registrava più di mezzo milione di nascite all’anno; nel 2015, invece, siamo scesi a 488mila e nel 2016 a 474mila. Quest’ultimo è il numero più basso – si noti – nella storia italiana dal 1861 a oggi: nell’intera vicenda del Regno d’Italia e poi della Repubblica non si era scesi finora a queste cifre, pur in corrispondenza di eventi tragici come le due guerre mondiali e pur essendo la popolazione complessiva inferiore a quella odierna. Detto diversamente: la tendenza è a un tasso di fecondità sempre minore, sempre più inadeguato a garantire un ricambio generazionale».

In quale situazione versano, per esempio, i “cugini” francesi?
«Il confronto è molto interessante: loro sono all’incirca 64 milioni, rispetto ai nostri 60: ebbene, in Francia si contano annualmente quasi 300mila nascite in più che in Italia. Per tradizione culturale, i due Stati hanno delle profonde affinità; di questi tempi, semmai, i francesi sono mediamente anche un po’ meno “cattolici” di noi. Evidentemente, dalle nostre parti manca qualcosa perché le coppie siano invogliate a mettere al mondo dei figli, garantendo così un futuro al Paese sul piano demografico, economico e sociale. Vuole che le citi un altro dato assai preoccupante?».

Dica pure: siamo pronti.
«Il numero dei residenti in Italia è calato di 130mila unità nel 2015 e di altre 86mila nel 2016. Si è così invertita una tendenza positiva che precedentemente aveva avuto solo un’interruzione, nel 1918, verso la fine della prima guerra mondiale, in corrispondenza con la pandemia dell’influenza spagnola. Oggi siamo appunto in presenza di una crisi demografica che si somma a quella economica: ci si preoccupa molto di questa, mentre la prima passa perlopiù sotto silenzio, anche se avrà ricadute assai pesanti sul lungo periodo. Basti pensare a che cosa comporterà per il sistema del welfare l’invecchiamento della popolazione, con uno sbilanciamento del rapporto tra lavoratori attivi e pensionati».

Sperando di non apparire irriverenti: a Napoli, le donne si recano nella chiesa di Santa Maria Francesca, pregando di avere dei figli; ma poi, in Campania, il tasso di natalità rimane più basso che nella laicissima Olanda.
«L’elemento confessionale, in Italia come in Spagna – un altro Paese cattolico che dal punto di vista della natalità non è messo benissimo –, non pare avere un ruolo decisivo. Più esattamente: una certa tradizione religiosa e culturale incentrata sui valori della famiglia si riflette ancora nei desideri delle giovani coppie, per cui queste dichiarano spesso che in futuro vorrebbero avere due o più figli e così via; poi, però, incontrano una serie di problemi che spesso inducono a rinviare indefinitamente questo progetto. D’altra parte, la provincia italiana in cui percentualmente si fanno più figli è quella di Bolzano: qui, i livelli di fecondità e natalità sono molto più elevati che in Sicilia o in Basilicata. Come si spiega questa differenza? Viene subito in mente che a Bolzano, in una provincia autonoma, le amministrazioni locali dispongano di più risorse da investire nel sostegno alle famiglie e all’infanzia. Probabilmente, vi è anche una maggiore sensibilità e attenzione per questi aspetti».

Riguardo agli immigrati in Italia: se non fosse per loro, gli squilibri demografici e intergenerazionali di cui si parlava sarebbero ancora più gravi.
«Assolutamente sì, anche se il fenomeno dell’immigrazione va considerato nei diversi suoi aspetti. In primo luogo – per quanto possa sembrare scontato -, ricorderei che gli immigrati sono esseri umani e come tali vanno trattati. Comunque, attenendosi anche solo a un approccio “numerico”, occorre riconoscere che l’immigrazione ha avuto e continua ad avere un ruolo importante nel nostro Paese, in controtendenza rispetto all’inverno demografico di cui si parlava. Considero però sbagliato – e anche un po’ strumentale – guardare all’immigrazione solo in funzione dei nostri problemi: nel 2016, l’Istat ha registrato sul nostro territorio nazionale circa 61mila nuovi nati stranieri; probabilmente questo numero verrà leggermente corretto al rialzo, ma dobbiamo considerare che nel 2015 la cifra era di 72mila, ed era ancora maggiore in precedenza. Il contributo degli stranieri rimane importante, però va diminuendo».

Le coppie di immigrati stanno incominciando a sperimentare le stesse difficoltà di quelle italiane?
«Forse anche di più, perché in moltissimi casi le coppie straniere non possono nemmeno contare sui loro genitori o su altri parenti, nell’accudimento dei bambini. Non possiamo illuderci, insomma, che gli immigrati risolvano per conto nostro il problema delle “culle vuote”. Inoltre, i governanti europei farebbero bene a prendere atto anche di un’altra questione, a livello di dinamiche demografiche globali».

Di che cosa si tratta?
«L’Africa subsahariana, che ancora per molto tempo avrà alti tassi di natalità, dovrebbe riuscire a creare ogni anno 10 milioni di nuovi posti di lavoro per garantire condizioni di vita dignitose alle nuove generazioni. In assenza di un effettivo sviluppo economico, molti di questi giovani saranno fatalmente invogliati ad emigrare; tuttavia, non è realistico pensare che i Paesi dell’Unione Europea possano assorbire un tale afflusso di persone e di manodopera. Intendiamoci, l’alternativa non consiste nell’innalzare muri e barriere: bisognerebbe invece pensare a una “mobilità circolare”, grazie alla quale dei giovani africani potrebbero arrivare da noi e acquisire una formazione professionale o imprenditoriale per poi metterla a frutto nei loro luoghi di origine. Occorrerebbe anche rivedere le modalità di finanziamento dei governi europei alle economie del Sud del mondo. Senza vere aperture di credito, in Africa non ci sarà sviluppo; proprio per tale motivo – per dirla brutalmente -, dovremmo smetterla di finanziare questo o quel despota locale, in cambio magari di qualche trattamento di favore per le multinazionali occidentali che operano laggiù».

Quest’anno, il BergamoFestival «Fare la Pace» ha come titolo-motto Paure locali, risposte globali. Il coraggio di progettare il futuro. Ricordiamo che la partecipazione a tutti gli eventi è gratuita, mediante prenotazione online nel sito www.bergamofestival.it

 

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