La filosofa Julia Kristeva al BergamoFestival: “Nell’identità europea c’è spazio per la molteplicità”

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Secondo Julia Kristeva, intellettuale di origine bulgara, nell’identità europea c’è spazio per la molteplicità, per l’accoglienza del diverso e dello straniero e per un nuovo umanesimo. Per conoscersi davvero, per riconoscere questo “tesoro” comune, però, è necessario accettare di “uscire da se stessi”, come fa, nel racconto di José Saramago, l’uomo che chiede una barca per andare a cercare “L’isola sconosciuta”.

La studiosa, psicoanalista, con interessi di semiologia, una specializzazione sulla religione e sull’arte nella storia dell’Occidente, capace di profonde riflessioni sulle sfumature del femminile, sarà a BergamoFestival il 6 maggio, Centro Congressi, ore 21, intervistata da Giulio Brotti, per un incontro su “Il male radicale: un’interpretazione”.

Proverà ad approfondire i possibili collegamenti tra la furia dei kamikaze jihadisti e la malinconia che, ai giorni nostri, pare costituire il sentimento prevalente di tanti adolescenti e giovani. Secondo la Kristeva, le forme distruttive del nuovo fondamentalismo religioso affondano le loro radici in un nichilismo che contraddice l’umana «necessità di credere», come presupposto dell’identità personale e delle relazioni sociali. Questo scenario pone in questione la capacità delle istituzioni educative e della stessa psicoanalisi di contrastare le manifestazioni inedite di un’antica pulsione di morte.

La Kristeva è un personaggio eclettico. Nata nel 1941, esponente di punta della corrente strutturalista francese, nota per la trilogia sul genio femminile, un’indagine su Colette, Hannah Arendt e Melanie Klein. Ha pubblicato un libro autobiografico, “La vita altrove”, in cui racconta la sua fuga dal regime comunista in Bulgaria. Arrivò a Parigi negli anni Sessanta, trovando ad accoglierla un ambiente cosmopolita sostanzialmente diverso da quello di oggi. Lei ricorda che “anche allora c’erano spinte nazionaliste, ma un Paese che ha inventato la cultura dei Lumi – ha detto in questi giorni in un’intervista su La Repubblica riferendosi, con giudizi molto netti, all’andamento delle elezioni presidenziali francesi – non può eleggere la rappresentante di un partito dal dogmatismo nazionalista trionfante”.

Di Marine Le Pen dice che “non si può definire una femminista. E’ una sorta di matrona che vuole imporre la sua autorità.  Ha il vantaggio di essere bella e con una retorica contagiosa, purtroppo per noi. È l’erede, il clan, ha un marchio famigliare. E si vede che dietro di lei c’è il mondo duro e maschile quanto quello di suo padre. È come se avesse messo un colpo di mascara su quella vecchia immagine del Front National “.

Nel voto francese al Fn, la Kristeva individua una necessità di riconsiderare il tema dell’identità, costitutivo dell’uomo: “Se ne dovrebbe parlare di più. Ma non in termini xenofobi o che tendono ad escludere gli altri, il diverso. Lo stesso vale per la laicità: deve essere difesa, certo. Io sono una laica convinta, ma rispetto quello che ho chiamato in un libro il “bisogno di credere”. È una componente antropologica universale che dev’essere riconosciuta nel dibattito”.

Il dogmatismo diventa un modo per ritrovare se stessi, così come posizioni estreme come la chiusura delle frontiere e il rigetto dell’altro: “La perdita di alterità può esprimersi con esplosioni di violenza in politica, come l’elezione di Trump e il voto per il Front National, e con giovani pronti a morire da kamikaze in nome di un Dio”.

 

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