La Pasqua. I due di Emmaus e la fatica per entrare nel mistero

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Immagine: Arcabas: Emmaus. Torre de’ Roveri, il “Pitturello”

A me del racconto dei due di Emmaus piace soprattutto la fatica che i due fanno ad arrivare al riconoscimento del Risorto. Mi pare un tratto molto moderno…  Claudia

Cara Claudia, la fatica dei discepoli di Emmaus a riconoscere il Risorto è quella che accomuna tutti i credenti e, che prima di noi, ha vissuto anche la chiesa primitiva. La resurrezione è stata realtà dibattuta, oggetto di riflessione e motivo di speranza sin dalle origini dell’esperienza cristiana. È più “semplice” e realistico riconoscere un profeta sepolto in una tomba al quale affidare le nostre preghiere e la nostra venerazione,  più complesso è credere a una tomba vuota e a un uomo risorto!

Mettersi in cammino

Mi piace pensare che l’inizio di questo Vangelo indichi l’atteggiamento interiore necessario alla comprensione del mistero pasquale di Gesù, che è quello di “mettersi in cammino”. Il discepolo è colui che si mette in viaggio, colui che si fa pellegrino e cercatore del volto di Dio. Gesù si fa a noi vicino nel nostro vagare, nei nostri dubbi, dietro i nostri passi a volte stanchi e affaticati, dentro le nostre attese e delusioni…

Il credente non è mai un arrivato, ma sempre un cercatore, poiché Dio non lo si possiede mai definitivamente, è sempre vicino ma anche lontano, e il mistero rimane tale. L’icona di Emmaus ci narra che i cristiani hanno conversato a lungo e ricercato, in quella tomba vuota, il senso e il compimento della vita di Gesù. Questa ricerca è sempre il tesoro della Chiesa, oggi, per approfondire la fede nella Pasqua.

La Pasqua, qualcosa di inaudito

La delusione che i due vivono ed esprimono nel loro conversare è la fatica ad accogliere qualcosa di inaudito, di inatteso, qualcosa che la sola mente umana non potrebbe, da sola, produrre. È il rimanere ancorati al passato, a quella tomba che doveva accogliere il cadavere di Gesù, alla realtà della morte come passaggio definitivo della vita. Anche loro, come noi, erano convinti che ogni speranza più bella era destinata a finire chiusa in un sepolcro. Pensavano seriamente che la morte si fa padrona della vita, che il loro amico più caro li aveva disattesi, e il loro sogno di un messianismo trionfante era definitivamente crollato.

La morte dell’immagine distorta di Dio che ci portiamo appresso

Quanto cammino è necessario compiere per accogliere il vero volto del Dio di Gesù Cristo! Occorre  far morire l’immagine distorta di Dio, lasciarlo nella tomba, attraversare la morte perché emerga l’immagine di un Dio umiliato e crocifisso, innalzato e glorioso. Solo nel riconoscimento dei gesti dell’amore donato fino alla fine,  di quel pane spezzato e di quel vino versato, i due riconosceranno il volto amato dell’amico di sempre.

Solo nel lento ascolto della narrazione delle scritture potranno ricomprendere il senso dell’evento di Cristo e scoprire che il loro cuore è capace di ardere di amore per Lui.

Un vuoto pienissimo

La fatica del cercare è anche dovuta a uno sguardo superficiale, un’ incapacità ad entrare in profondità: credere, infatti, è un modo di vedere in profondità, di riconoscere che l’assenza del corpo non parla di furto, ma di una vita nuova che è accaduta, un vuoto che è realtà di pienezza.  Credere è entrare nei luoghi della morte e stare lì, al limite del sepolcro e sperimentare che la morte continua a far paura, ma non ha più l’ultima parola.

Essere discepoli è camminare nella fede guardando i segni della morte, ma credendo a questa novità grande e assoluta che ha sconfitto ogni male. Credere è fidarsi, assentire alla chiamata del Risorto, rimettere la vita nelle sue mani perché sia lui a esserne l’unico Signore.

È resa e consegna di sé, accoglienza di Dio che per primo ci cerca e si dona, non è possesso, garanzia o sicurezza umana. Non è neppure evitare lo scandalo, fuggire il rischio, ma avanzare nella serena luminosità del giorno.  In questa lotta con il Dio “invisibile” il credente rinnova ogni giorno il suo incontro con Lui.

Il mistero da gustare

È una comprensione che viene svelata passo dopo passo, nell’intrecciarsi di un’ esperienza personale e di una relazione con il Signore che necessita di frequentazione, di tempo, di pazienza, ma anche di tenacia e di perseveranza. Non è solo questione di intuire il mistero, di penetrarlo con la mente, ma di gustarlo, farne esperienza, lasciarsi da esso toccare e trasformare.

Lo spazio della preghiera diviene il luogo sacro nel quale alimentare il desiderio dell’incontro, interiorizzare, rielaborare, approfondire perché diventi esperienza e dia pienezza alla vita. Ma la preghiera è anche portare a Lui le oscure domande che abitano il cuore per vivere nell’attesa che, dipanandosi, introducano nel mistero.

È rimanere in cammino come umili cercatori del suo volto che così pregano:

Signore nostro Dio, unica speranza, fa che non smettiamo mai di cercarti, ma cerchiamo sempre il tuo volto con ardore. Dacci la forza di cercarti, Tu che ti sei fatto incontrare, e ci hai dato la speranza di sempre incontrarti.

Davanti a te sta la nostra forza e la nostra debolezza: conserva quella e guarisci questa. Davanti a te sta la nostra scienza e la nostra ignoranza; dove ci hai aperto, accogli il nostro entrare; dove ci hai chiuso, apri quando bussiamo. Fa che ci ricordiamo di Te, che amiamo te. Amen!.

 

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