La passione di Gesù nel “Cristo portacroce” di Lorenzo Lotto: una meditazione sul dolore

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Il “Cristo portacroce”, dipinto a olio su tela di Lorenzo Lotto datato 1526 e conservato nel Museo del Louvre a Parigi è la punta di diamante della mostra romana alle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma presso la sede di Palazzo Barberini “Venezia scarlatta: Lotto, Savoldo, Cariani” (15 marzo – 11 giugno 2017).

L’esposizione nata attorno al capolavoro di Lorenzo Lotto “Matrimonio mistico di Santa Caterina d’Alessandria” (1524) è curata da Michele Di Monte, curatore presso la Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini e presso la Galleria Corsini, che intervistiamo. «Nessuno riesce a cogliere la dolcezza di uno sguardo, a cercare di parlare con i suoi personaggi come Lorenzo Lotto». Con questa definizione il critico d’arte Bernard Berenson nel 1894 nel saggio “Lorenzo Lotto. An Essay in Constructive Art Cristicism” restituiva l’onore a un pittore ingiustamente dimenticato.

Lorenzo Lotto, nato a Venezia nel 1480 e morto a Loreto nel 1556, fu tra i principali esponenti del Rinascimento veneziano del primo Cinquecento. «Lotto è stato un artista originale, moderno e anche per certi versi assolutamente rivoluzionario. Le sue soluzioni figurative sono del tutte inedite, sono invenzioni costruite “ad hoc” per rispondere a esigenze del tutto specifiche, esigenze della committenza ma anche problemi dettati dal soggetto con il quale Lotto di volta in volta si confrontava e che spesso ha trattato in modo innovativo rispetto alle consuete formule iconografiche, iconologiche e figurative della tradizione. Riguardo alla questione della sua eventuale condizione di artista solitario sappiamo che Lotto non ebbe la fortuna di pittori quali Tintoretto, Tiziano, Veronese che riuscirono ad affermarsi in Laguna ed ebbero come committenti referenti di alto livello. Lotto lavorò molto in provincia, soprattutto sulla terraferma, a Bergamo in particolare, dove lasciò opere di maggior spicco anche dal punto di vista della qualità. Ciò non significa che Lotto sia stato un artista richiuso o fuori dal giro, la sua vicenda biografica termina in modo tale che siamo portati a pensare che sia stato un artista ripiegato su se stesso, inquieto. Invece Lotto ebbe sempre conoscenza del mondo dell’arte del periodo nel quale visse» chiarisce Di Monte, nato a Roma nel 1966.

Sei i capolavori esposti in questa piccola ma preziosa rassegna a Palazzo Barberini che propone alcuni dipinti di Lorenzo Lotto, Giovanni Gerolamo Savoldo (Brescia, 1480 circa – post 1548) e Giovanni Cariani (Fuipiano al Brembo, 1485 circa – Venezia, 1547), provenienti da New York (Metropolitan Museum of Art), Parigi (Musée du Louvre), Madrid (Museo Nacional del Prado) e Bergamo (Accademia Carrara). Lotto, Savoldo, Cariani protagonisti di rango diverso del contesto artistico veneziano del XVI Secolo dominato da Giorgione, Bellini e Tiziano «ma non erano da meno degli artisti più celebrati».  Ai due soli quadri di soggetto profano, quali “Ritratto di Marsilio e Faustina Cassotti” del Lotto e “Giovanni Benedetto Caravaggi” del Cariani, fanno seguito soggetti di tema religioso o biblico: il “Matrimonio mistico di Santa Caterina di Alessandria” nelle due versioni di Palazzo Barberini e Accademia Carrara di Bergamo di Lorenzo Lotto, così come il “Cristo portacroce”. Chiude la mostra il “San Matteo e l’angelo” del Savoldo proveniente dal Metropolitan di New York.

Tutti i dipinti restituiscono insieme, e tuttavia ognuno nella sua eccezionalità, “il senso del rosso” dei pittori veneti, utilizzato per tessere una fitta trama visiva e simbolica in cui si intrecciano valori civici, passioni religiose, affetti mondani, devozioni private, orgoglio professionale. Il rosso a Venezia è, infatti, materia eletta dell’arte: scienza segreta gelosamente custodita e tramandata da pittori, tintori, alchimisti e inventori. Nel “Cristo portacroce” del Lotto, rosso è il colore della tunica di Cristo che ascende al Calvario con la croce in spalla, circondato da sgherri che lo scherniscono e lo colpiscono. Lorenzo Lotto ritrae Gesù a mezza figura, con un’inquadratura molto stretta. «La tunica ha un ruolo visivo fondamentale, quel rosso così puro, perfetto, intenso e vibrante, veicolo di valori metaforici, simbolici, allegorici e che si è conservato smagliante nel corso dei secoli colpisce immediatamente chi osserva la tela. La tunica di Cristo è il simbolo della Passione, dalla carità pura, dell’unità della Chiesa, quella tunica che una volta arrivati al Calvario, i soldati non potranno dividersi perché è una tunica senza cuciture secondo la leggenda agiografica, la Vergine aveva realizzato miracolosamente» spiega il critico d’arte che attualmente insegna alla Luiss Teoria e tecniche della comunicazione estetica museale.

Della «immagine essenziale» del “Cristo portacroce”, cattura lo sguardo di composto ma intenso dolore di Gesù, sottolineato dalle lacrime, mentre l’effetto di sofferenza è reso ancora più evidente da dettagli come le ferite della corona di spine, o la luce che drammatizza particolari come il pugno del soldato che prende Cristo per i capelli, o ancora le mani diafane di Cristo, «mani aperte, quelle dei carnefici sono scure e chiuse, contrasto che sottolinea l’opposizione drammatica tra Cristo e i suoi persecutori». Il dipinto emoziona per la sua drammaticità, del resto il tema del dipinto già solo per la sua definizione di soggetto e la destinazione ideale per cui era stato pensato era un tema particolarmente patetico.

«“Cristo portacroce”, soggetto devozionale, realizzato per una destinazione privata e concepito per suscitare una sorta di meditazione visiva sul tema della Passione di Cristo, sulla sofferenza di Cristo. Questo era “il meccanismo” per il quale l’immagine doveva funzionare. Proprio per dare la massima efficacia a questo “meccanismo”, Lotto ha ideato, con una soluzione intuitivamente originale, un’immagine claustrofobica. Le dimensioni ridotte, il taglio fotografico di inquadratura finiscono per costringere le figure all’interno dello spazio della cornice, comunicando “impressionisticamente” questa idea di peso, di fatica, di sofferenza. Di spinta verso lo spettatore stesso che in qualche modo è coinvolto, chiamato, a confrontarsi inevitabilmente con un’immagine che ha annullato ogni distanza tra se stessa e colui che guarda. Lotto ha congegnato il dipinto come una struttura da appello, che fa appello, che richiama l’attenzione dello spettatore che diventa parte del dipinto stesso. Lo spettatore è il completamento dell’immagine, il senso del quadro è dato dal dialogo intimo, stretto, anche inquietante che si stabilisce tra la figura di Cristo che guarda negli occhi lo spettatore e lo spettatore stesso».

Le figure dei carnefici sono tagliate fuori dall’inquadratura per dare una soluzione efficace al dipinto. Di Monte puntualizza che dal punto di visto iconografico l’immagine coglie un momento preciso della Via Crucis. «Lotto si è concentrato sull’attimo nel quale Cristo cade sotto il peso della croce mentre viene spinto dai suoi carnefici. Gli aguzzini di Gesù lo colpiscono alle spalle, gli tirano i capelli per pungolarlo e per spronarlo a ricominciare la sua ascesa verso il Calvario. I Vangeli ci raccontano che in questo momento i carnefici del Messia per accelerare il processo che porterà Cristo ad essere crocifisso chiamano Simone di Cirene detto il Cireneo e gli chiedono, “manu militari” di addossarsi il peso della croce, affinché il corteo possa giungere a destinazione. In questo momento Cristo che ha la croce che gli è scivolata dalla spalla e per questo è relativamente rovesciata in avanti, si rivolge allo spettatore che diventa “ipso facto” il cireneo. L’immagine di Lotto ci restituisce e ci affibbia una specifica identità all’interno della storia. Lo spettatore si ritrova nei panni, nella posizione reale del Cireneo, quindi a dover prendere una decisione. Addirittura a dover prendere su di sé un proprio peso e una propria responsabilità». Come se questo non bastasse, lo stesso Lotto ha fornito una risposta personale a questo drammatico appello. Come sempre Lotto pone la sua firma nei suoi dipinti in un luogo che ha una valenza semiotica e semantica particolare. Prosegue Di Monte: «In questo quadro Lotto pone la firma sul braccio della croce ma lo fa in modo originale: l’artista fa in modo che per colui che guarda la tela la sua firma appaia rovesciata. Per leggerla occorre idealmente rovesciare l’immagine. Proprio questo rovesciamento metaforico fa sì che la firma abbia la giusta prospettiva dal punto di vista di Cristo, come se Lotto avesse voluto fare un gesto di umiltà, rappresentandosi attraverso la sua firma a rovescio sulla croce, un po’ come San Pietro che imitò Cristo facendosi crocifiggere a testa in giù».

Domandiamo a Di Monte se si conosce il nome del committente del “Cristo portacroce”. La risposta del critico d’arte è negativa però eccezionale è la storia della riscoperta di questo dipinto. «Fino al 1980 il “Cristo portacroce” si trovava nella soffitta di un convento di monache in Francia, in Provenza, le quali per fare moneta e liberarsi dal ciarpame decisero di vendere a un antiquario alcune cose, insieme al quadro, allora ignoto, per un migliaio di franchi. L’antiquario, facendo pulire il dipinto, scoprì che era firmato, allora giunse in Italia per farlo vedere ad André Chastel, celebre storico dell’arte francese il quale riconobbe la paternità del “Cristo portacroce”. Nel 1982 il quadro venne acquistato dal Louvre per la cifra di tre milioni e mezzo di franchi. Un bell’affare tanto è vero che le suore cercarono di rientrare in possesso del bene lasciato andare incautamente intentando causa al museo. Invano».

La vicenda umana e pittorica di Lotto fu racchiusa entro il triangolo Treviso, Bergamo e alcuni borghi delle Marche. A Bergamo uno dei protagonisti del Rinascimento non solo trascorse dieci anni di fecondo, lieto e creativo lavoro, ma venne a contatto con la clientela ricca e borghese della città. «Bergamo fu un’isola fortunata, pensando alla quantità e alla qualità della produzione figurativa di Lotto. Qui l’artista ebbe contatti con la committenza locale, soprattutto quella religiosa ma anche quella privata. I mercanti bergamaschi spesso si rivolsero a lui e certamente Lotto fu il pittore più importante. Alla mostra di Palazzo Barberini abbiamo voluto riunire un piccolo ma scelto numero di opere che testimonia di questa fase di Lotto così smagliante della sua produzione artistica» puntualizza Di Monte.

La mostra è anche un’occasione importante per gli appassionati di Lorenzo Lotto: per la prima volta a Roma si possono ammirare le due versioni del “Matrimonio mistico di Santa Caterina di Alessandria”, quello proveniente dall’Accademia Carrara di Bergamo e quello conservato a Palazzo Barberini che fu realizzato per un committente bergamasco, Giovannino Cassotti o più precisamente per il figlio Marsilio in occasione del suo matrimonio. Infatti, accanto al “Matrimonio mistico di Santa Caterina d’Alessandria” è esposto il “Ritratto di Marsilio Cassotti e Faustina Assonica”, proveniente dal Museo Nacional del Prado. Anche questo dipinto su commissione della famiglia Cassotti fu realizzato in occasione del matrimonio di Marsilio che aveva sposato nel 1523 Faustina Assonica. «Il doppio ritratto matrimoniale è una “invenzione” del Lotto, allora sconosciuta nella pittura italiana e che invece aveva una tradizione nella pittura nordica. Questo testimonia l’attenzione, la conoscenza e l’aggiornamento di Lorenzo Lotto su quello che si faceva al di là delle Alpi».

Inoltre dallo studio dei suoi capolavori si comprende come l’artista fu in grado di conciliare gli elementi tradizionali della grande pittura della sua epoca con risvolti moderni. Inoltre recenti studi hanno dimostrato che Lotto per ottenere i suoi colori innovativi usava pigmenti mai documentati prima in pittura. Questo Maestro rinascimentale, «straordinario ritrattista» dal carattere chiuso, introverso e schivo, fu dominato per tutta la sua esistenza da un costante peregrinare che l’avrebbe condotto alla fine dei suoi giorni a Loreto come padre oblato donando all’istituzione i suoi beni e se stesso. Lorenzo Lotto muore in silenzio nell’autunno del 1556 a 76 anni lasciando incompleta l’opera “Presentazione di Cristo al tempio” considerata il suo testamento spirituale.

Venezia scarlatta. Lotto, Savoldo, Cariani

15 marzo 2017 – 11 giugno 2017
Gallerie Nazionali di Arte Antica – Palazzo Barberini
Via delle Quattro Fontane, 13, 00187 Roma
Orari: martedì/domenica 8.30 – 19.00. Chiuso lunedì.
La biglietteria chiude alle 18.00
Biglietto d’ingresso: Intero 10 € – Ridotto 5 €
Contatti: tel. 064824184 | e-mail: Gan-aar@beniculturali.it

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