Il Libano, dove l’accoglienza è di casa

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Foto: una veduta di Beirut

Ho passato alcuni giorni in Libano per tentare di decifrare un modello di convivenza fra fedi e culture assolutamente particolare. Una piccola nazione di poco più di diecimila chilometri quadrati e quattro milioni e mezzo di abitanti. Un laboratorio di convivenza tra  cristiani – non ridotti, come nel resto del Medioriente, a piccola minoranza – e mussulmani, sciiti e sunniti. Un popolo che si è fatto carico di accogliere prima mezzo milione di palestinesi arrivati sull’onda del conflitto con Israele del 1948 e le cui file si sono irrobustite dopo la guerra dei Sei giorni del 1967.  Poi l’ondata di decine di migliaia di iracheni, fuggiti dopo la scomposizione del Paese seguita all’arrivo degli americani. Infine, un milione e mezzo di siriani, in fuga da una guerra civile infinita.

Il calcolo è presto fatto. La piccola nazione libanese ha accolto nei propri confini uomini e donne, vecchi e bambini  in fuga dai propri Paesi d’origine, in numero equivalente ad almeno la metà della propria popolazione. Giusto per avere le proporzioni, come se in Italia ospitassimo più di 30 milioni di profughi… Nessuno di quelli che incontro nasconde i problemi che conseguono a questa situazione però sentono che è una necessità a cui non possono venire meno.

Un paese dalla bellezza mozzafiato

Cosa resta dopo alcuni giorni? Certo lo skyline di Beirut, cantiere aperto di grattacieli e nuove costruzioni, adagiata di fronte al mare, così lontana dall’immagine di città mediorientale a cui siamo abituati. Certo la bellezza mozzafiato di Baalbek, con i suoi enormi monoliti e magnifici templi romani.  Certo Byblos, porto del Libano da sette millenni e di molte civiltà che qui hanno lasciato segni e memorie ancora oggi visibili, luogo di partenza di quei fenici studiati a scuola.

In nome del Vangelo a servizio dell’umano

Resta forte però l’immagine di una Chiesa che ogni giorno, tenacemente, custodisce il miracolo della convivialità e dell’accoglienza. Sia che si vada a Beirut dove il Servizio dei Gesuiti per i rifugiati ha dato vita ad un doposcuola – dedicato al padre  al gesuita olandese Frans Van der Lugt, ucciso molto probabilmente da uomini di Daesh a Homs nel 2014 –  per 550 bambini siriani, tutti mussulmani.

O che ci si sposti di poche centinaia di metri nel popoloso quartiere di Sabaa nella scuola pomeridiana riservata a 450 studenti cristiani fuggiti da Mosul e gestita da un prete iracheno preso, un tempo, in ostaggio dai fondamentalisti. Colpiscono profondamente le parole dello psicologo che affianca gli insegnanti, pure loro scappati dalla piana di Ninive. Racconta i tentativi per sedare i fantasmi che si agitano dentro i mondi interiori e le vite dei ragazzini che recitano per noi il Padre Nostro in aramaico.

O nella bellissima valle della Bekaa, oggi sotto il controllo di Hezbollah, a soli trenta chilometri da Damasco, confine poroso e continuamente perforato da una massa scomposta che fugge e si accampa in tende di fortuna, su terreni pagati da ogni famiglia 100 dollari al mese a chi specula sulla disperazione. Due fraticelli conventuali portano l’acqua alle famiglie ma anche una parola alle mamme e un abbraccio ai loro troppi bambini.Piccoli segni per dire che il Vangelo o diventa carne o non è Vangelo. In Libano e in ogni parte del mondo.

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