La strage di Capaci 25 anni dopo: anche a Bergamo la memoria dell’attentato in cui morì Giovanni Falcone

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Venticinque anni sono passati. Venticinque anni da quel 23 maggio 1992 che, insieme al 19 luglio dello stesso anno, avrebbe segnato per sempre uno spartiacque nella percezione del contrasto alla criminalità organizzata: un “prima” e un “dopo” la Strage di Capaci, in cui persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Un “prima” e un “dopo” quel maledetto tratto di autostrada, dilaniato da 200 chili di esplosivo e dalla rabbia di Cosa Nostra per il lavoro che quel giudice, insieme al collega e amico Giovanni Borsellino, stava compiendo contro l’attività e la violenza mafiosa. Morti, quelle di Falcone e poi di Borsellino e delle persone uccise insieme a loro, che hanno fortemente scosso l’opinione pubblica, trasformando progressivamente i mormorii in grida di ribellione, contro la criminalità organizzata e il clima di omertà e assoggettamento di cui essa si nutre.
Cosa è cambiato in venticinque anni dopo Capaci? Certamente la consapevolezza. Le mafie non sono più nascoste o celate: è nota e conclamata l’infiltrazione che esse attuano più o meno capillarmente anche in territori precedentemente ritenuti immuni come la Lombardia o l’Emilia Romagna, e parlarne non è più un tabù. Merito forse anche delle recente inchieste e dei processi, come “Crimine-Infinito” del 2010 tra Milano e Reggio Calabria, “Black Monkey” a Bologna, “Aemilia” a Reggio Emilia e la sua costola, il processo “Pesci” riguardante le provincie di Brescia a Mantova.
Non solo: negli anni sono cresciuti esponenzialmente gli eventi, i convegni e le iniziative organizzati sui territori dai comuni, dalle realtà e dalle associazioni che si occupano di contrasto alla criminalità organizzata, sottolineando la necessità di sganciare sempre di più il tema “mafia” dalla concezione tradizionale che la vuole soltanto “a sud”.
La provincia di Bergamo non fa eccezione. A testimoniarlo è l’attività del coordinamento bergamasco di Libera, Associazioni, Nomi e Numeri contro le Mafie, che in occasione della ricorrenza del XXV dalla strage di Capaci ha organizzato un evento simbolico: la presentazione del dossier 2016 “Mafie e criminalità organizzata in bergamasca”, predisposto dall’Osservatorio sulle Mafie in Bergamasca. Un lavoro documentato, che va ad ampliare e aggiornare il rapporto già realizzato l’anno precedente sull’infiltrazione mafiosa in bergamasca dagli anni Sessanta ad oggi. Il dossier verrà presentato il 23 maggio alle ore 20.45 presso la Sala Viterbi della provincia di Bergamo e verrà dedicato un focus particolare al tema dei beni sequestrati e confiscati in provincia.
Tema, quest’ultimo, reso ancora più attuale dalla scelta di organizzare anche sul territorio bergamasco un campo di “E!state Liberi!”, le settimane di formazione e impegno sui beni confiscati che Libera struttura d’estate in tutta Italia. Il campo in bergamasca, previsto dal 6 al 13 agosto, è dedicato ai gruppi e sarà incentrato sull’approfondimento dell’attività delle mafie al nord attraverso la storia di tre beni confiscati alla criminalità organizzata: Villa Berbenno, confiscata ad un usuraio ed ora sede di una casa-famiglia per minori; un appartamento a Seriate riassegnato ad una rete di scuole per la promozione della legalità; un appartamento ad Alzano Lombardo. Si prevederanno inoltre dei momenti di sensibilizzazione per la “riappropriazione simbolica” di altri due beni, Villa Gorlago confiscata per traffico di droga e una villa a Suisio (sottratta ad un killer di ‘ndrangheta).

Foto archivio Sir

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