La vocazione nell’età della leggerezza: “Gli abbandoni a volte nascono dalla scarsa pazienza verso se stessi”

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Per arrivare a trattare il tema della «vocazione», si può anche partire da lontano: per esempio, da un celebre racconto di Franz Kafka in cui la voce narrante si rivolge al lettore in seconda persona, riferendogli che «dal suo letto di morte l’imperatore» ha inviato un messaggio proprio «a te, al singolo, all’umilissimo suddito, alla minuscola ombra sperduta nel più remoto cantuccio di fronte al sole imperiale». Il sovrano «ha fatto inginocchiare il messaggero accanto al letto e gli ha bisbigliato il messaggio nell’orecchio; tanto gli stavi a cuore che s’è fatto ripetere, sempre all’orecchio, il messaggio. Con un cenno del capo ne ha confermato l’esattezza». Potrebbe succedere, tuttavia, che queste parole non giungano mai a destinazione; oppure, potremmo immaginarci – riscrivendo la conclusione del testo di Kafka – che noi non prestiamo ad esse sufficiente attenzione. Rimane vero che il messaggio o appello formulato con grande riservatezza dall’imperatore morente non ha il carattere di una formula generale: rivolto ai singoli, potrà risuonare diversamente in ognuno di noi.

Vocazione umana, vocazione cristiana. Parla lo psicoanalista Mario Aletti.

Abbiamo posto alcune domande sul significato della «vocazione» – a livello umano e cristiano –  a Mario Aletti, docente dell’Università Cattolica di Milano, fondatore della Società italiana di Psicologia della religione, nonché autore di numerosissimi saggi di argomento scientifico e clinico (riportiamo alcuni titoli a piè di pagina).

Oggi, rispetto al passato, non è più difficile accogliere con serietà una vocazione? Non è più arduo mantenersi fedeli a un percorso di vita?  

«Premetto che parlo da un punto di vista peculiare e perciò anche parziale: quello della psicologia, in particolare della psicologia dinamica che pratico come psicoterapeuta; in questo ambito incontro persone che si interrogano sulla loro vocazione: origine, significato, percorsi, solidità, conflitti e loro esiti. Va detto che oggi viviamo in una società segnata da rapidi cambiamenti delle forme del vivere comune. I sociologi la definiscono con espressioni suggestive: società liquida, società della leggerezza e dell’incertezza, società del rischio. Questo si ripercuote  a livello individuale – secondo alcuni – in una identità debole, instabile, “nomade”. Il cambiamento è proposto come un valore in se stesso. La mobilità (professionale, di appartenenze, di scelte relazionali e affettive) è valorizzata, premiata, e spesso indicata come segno di maturità personale.

Lo psicologo, più interessato alle invarianti dinamiche della personalità (i processi mentali), coglie in questo clima culturale una maggior complessità, ma anche stimolanti opportunità per il percorso del divenire uomo, divenire cristiano, divenire sacerdote. Uomini, cristiani, preti non si nasce, si diventa: lungo un processo di umanizzazione graduale e segmentato che ha radici remote nell’infanzia e che solo secondariamente può farsi consapevole progetto di vita.

In particolare, la vocazione religiosa e sacerdotale si realizza all’interno di uno scambio dialogico con Dio. Per il soggetto si esplica in una risposta a una chiamata sentita di decisiva importanza. In quanto vocazione personale segue i processi dello sviluppo umano e cristiano. E perciò opportunamente ci si guarderà sia dallo spiritualismo, che vi vede solo la Grazia divina, sia dallo psicologismo, che la riduce a manifestazioni di bisogni e desideri psichici.

Una risposta sintetica alla sua domanda? No. Non è, oggi, “più difficile” accogliere una vocazione, compresa quella sacerdotale, qualora essa sia fondata su un maturo equilibrio di personalità. Certo i giovani che si ritengono chiamati al sacerdozio condividono le stesse ansie, insicurezze, difficoltà a proiettarsi nel futuro dei loro coetanei. Certo in passato i Seminari erano più pieni. Ma le motivazioni spurie delle scelte, le fragilità delle personalità e i conseguenti abbandoni erano molto più numerosi e gravidi di conseguenze per i soggetti coinvolti e per l’istituzione ecclesiale. E proprio il clamore delle decine di migliaia di sacerdoti che negli ultimi trent’anni hanno “lasciato”, induce motivi di perplessità ed esitazione in tanti giovani che oggi si sentono chiamati».

Una certa «vulgata psicologica», oggi molto diffusa, non contribuisce a rendere più difficili delle decisioni che riguardano l’intero assetto dell’esistenza? Ci viene detto che le nostre scelte spesso non sarebbero veramente nostre, che esse dipenderebbero da una gran quantità di condizionamenti ambientali e biologici…

«La prospettiva psicodinamica evidenzia la dimensione processuale e conflittuale della formazione dell’identità della persona e del credente, e anche del prete: l’identità non è un dato, ma un compito; un processo senza fine, che non si presenta con la staticità o con la linearità di un percorso verso una meta precostituita e stabilita una volta per sempre. In questa prospettiva, conflitti interiori e crisi possono essere momenti di riorientamento, di riformulazione, di approfondimento, momenti di un divenire che veda la maturità come un progetto mai compiuto, che si realizza secondo i parametri della processualità e della perfettibilità. Molti abbandoni della propria “vocazione” (in qualsiasi campo) non sono dovuti tanto all’austerità della scelta iniziale, quanto all’insofferenza della lenta gradualità e dei passi falsi nel cammino. A una mancanza di pazienza verso se stessi che apre una ferita narcisistica e un vissuto di fallimento. Qui, forse, è una causa di tanti abbandoni della vocazione, più che nella cosiddetta “mancanza di spirito di sacrificio”, come spesso si dice. Ai giovani non manca la generosità; manca, spesso, la pazienza.

Quanto ai “condizionamenti”, credo che vadano distinti dalle normali caratteristiche della condizione umana. Per esempio, l’uomo si esprime grazie al linguaggio che gli è dato e che modula la sua capacità comunicativa, ma non ne pregiudica la libertà dei contenuti. Più genericamente, l’uomo è “corpo psichico”, soggetto alle condizioni della natura e della cultura e, tuttavia, ha esperienza di sé come protagonista della costruzione di un “Io” che gradualmente si fa coscienza di sé, storia, narrazione autobiografica. Percorso guidato dalla percezione (che, per quanto confusa, si ritrova anche nelle affezioni psichiatriche) del desiderio di realizzarsi e di essere felici.

Questa attenzione alla storia e all’autobiografia porta ad evitare la “cosificazione” della vocazione come un dato, esterno e sovrapposto al percorso personale, quasi un bagaglio appresso nel viaggio della vita. Questo vale in particolare per la vocazione sacerdotale. Un tempo, quando un giovane lasciava il Seminario, si diceva: “Ha perso la vocazione”, ipotizzando pregiudizialmente una colpa, a volte senza interrogarsi sulla effettiva solidarietà del cammino vocazionale intrapreso con la storia della persona».

Per un lungo periodo storico, il prete cattolico ha avuto uno status ben definito, nella considerazione comune. La situazione odierna non è profondamente diversa? 

«Una volta, fino a pochi anni fa, nel Seminario un giovane “studiava da prete” e alla fine di un percorso stabilito nelle modalità, contenuti e tempi diventava “prete”: con compiti delineati. Oggi si tende a prestare maggior attenzione alla crescita umana e cristiana e a trasmettere, piuttosto che un mansionario, la consapevolezza del ruolo ecclesiale e delle competenze per attuarlo.

È importante che il giovane che si prepara al sacerdozio sia sempre più consapevole di se stesso e delle proprie capacità relazionali e pastorali. Ciò comporta una maturazione umana di cui il Seminario deve farsi carico. Come far sì che questi giovani uomini diventino uomini veri? Nella gestione consapevole ed equilibrata della propria carica emotivo-affettiva e delle proprie pulsioni, nell’assunzione di responsabilità nell’incontro intersoggettivo, nello sviluppo della “genitorialità” intesa come un amore che sappia “prendersi cura” dell’altro.

La carenza di attenzione alle dinamiche sopra accennate può indurre gravi difficoltà riferibili al bisogno di appagamento parziale ed egocentrico, con esiti drammatici sia per i soggetti sia per le vittime di abusi, e per l’immagine della stessa Chiesa.

Inoltre va pur detto che le proposte e gli inviti a una maggior attenzione alla crescita psicologica dei candidati al sacerdozio devono confrontarsi con un interrogativo radicale sul percorso della formazione e sui tempi minimi per un’adeguata preparazione al Ministero, cioè sulla maturità (e l’età) minima per l’ordinazione».

Come prosecuzione della domanda precedente: oggigiorno, nell’immaginario collettivo, la figura del prete non oscilla tra due estremi? Per una minoranza, egli si definisce come «uomo del sacro», chiamato a una condizione di vita quasi eterea; altri concepiscono il prete come un assistente sociale ad omnia, destinato semmai a specializzarsi come «prete antimafia», «anticamorra» o «antiusura».  

«Premesso che il compito proprio del sacerdote è l’amministrazione nella Chiesa di alcuni Sacramenti, ciò non toglie che il prete realizzi anche la sua vocazione cristiana di fratellanza, di solidarietà, di cura in ambiti che più rispondono alle sue caratteristiche personali e alle richieste ambientali da lui percepite. Non va dimenticato che il prete è, pure lui, un cristiano e un uomo!

Relegare il sacerdote nell’ambito del “sacro” può significare (sia tra i laici che nello stesso ambiente ecclesiastico) da una parte la sua restrizione nel privato e l’espulsione dalla vita pubblica, dall’altra la costituzione di una “casta” sacerdotale privilegiata.

Peraltro, ci sono sempre stati preti che “facevano altro”: precettori presso famiglie nobiliari, educatori, docenti universitari, medici, esploratori, contadini… E ancora: preti che costruiscono ospedali, che fondano radio, che entrano attivamente in politica. Esemplare la figura del Missionario – una costante nella storia della Chiesa – che, in terre lontane, porta non solo l’evangelizzazione, ma anche tecniche di coltivazione e di alimentazione, di cura delle malattie, l’acculturazione e la ristrutturazione sociale. La misericordia non si manifesta solo nella cristianizzazione e nel perdono generoso dei peccati, ma anche nella condivisione e vicinanza alla sofferenza dei fratelli.

Il prete come uomo e come cristiano non si limita al ministero ecclesiale. I preti hanno una loro vocazione ad essere buoni cristiani come tutti.

Che oggi si parli di preti antimafia o antiusura non dovrebbe essere un elemento di perplessità, Né di deterrenza per chi si sente chiamato a un cammino al sacerdozio. Anzi, al contrario, ogni volta che si riconosca l’ispirazione cristiana che anima questi “preti di strada” e alimenta la loro vita spirituale e la loro azione a favore dei fratelli, si potrebbe riconoscere la vocazione veramente umana e cristiana della vocazione sacerdotale».

Riportiamo qui di seguito i titoli di alcuni saggi di Mario Aletti utili ad approfondire i temi toccati nell’intervista. 

Sull’origine e le dinamiche delle vocazioni personali: Processi psicologici e accompagnamento spirituale. Specificità e interazioni, in Accompagnamento spirituale e intervento psicologico: interpretazioni (Glossa Editrice, pp. 101, € 10,00). 

Più in particolare, per quanto attiene ai vissuti di coloro che si sentono chiamati al sacerdozio: Religiosità, atteggiamenti e valori in un gruppo di seminaristi, in M. Aletti, Psicologia, psicoanalisi e religione. Studi e ricerche (Edizioni Dehoniane Bologna).

Sullo sviluppo dell’«Io», in riferimento alla dimensione religiosa: Percorsi di psicologia della religione alla luce della psicoanalisi (Aracne, pp. 304, € 19,00).

Ricordiamo infine un volume scritto con Paul Galea, Preti pedofili? La questione degli abusi sessuali nella Chiesa (Cittadella Editrice, pp. 128, € 9,80). 

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