In memoria di Shahbaz Bhatti, martire e testimone

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Foto: Shahbaz Bhatti (Lahore, 9 settembre 1968 – Islamabad, 2 marzo 2011)

“Il mio nome è Shahbaz Bhatti.” Così inizia il testamento scritto dal ministro pachistano delle minoranze religiose, ucciso il 2 marzo di sei anni fa da terroristi islamici perché “cristiano, infedele e bestemmiatore”.

Uno straordinario testamento

Il documento è uno dei testi più belli che mi è capitato di leggere sul valore e il senso dell’esperienza cristiana.

Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia. (…) Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora — in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan — Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri. Credo che i cristiani del mondo che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione. (…)  I passi che più amo della Bibbia recitano: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. Così, quando vedo gente povera e bisognosa, penso che sotto le loro sembianze sia Gesù a venirmi incontro. Per cui cerco sempre d’essere d’aiuto, insieme ai miei colleghi, di portare assistenza ai bisognosi, agli affamati, agli assetati. Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come esseri umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna”.

Per capire

Nelle scorse settimane Paul, fratello di Shahbaz, ha pubblicato un testo – Shahbaz, la voce della giustizia – edito dalla San Paolo. Un testo utile per capire il percorso interiore di un uomo capace di mostrare che di fronte alla prova più della vita valgono le ragioni per le quali si vive (e per le quali si è disposti a morire).

Un testimone della radicalità evangelica in una parte del mondo lontana dai riflettori dei media (e dunque spesso anche dalla nostra coscienza di credenti), un martire che non ha scelto la morte ma un modo di vivere, quello di Gesù di Nazareth.

Come scrive nella sua introduzione Monica Maggioni, presidente della Rai:

È nei campi assolati di Khushpur che si costruisce il senso di questa storia epica. Nella dinamica tra un fratello grande chiamato a proteggere e guidare, e un fratello piccolo, Shahbaz, che ha un dono, uno sguardo, una diversità, alla quale nessuno è immune. Un carisma “dono di Dio”. Da questo villaggio povero e agricolo del Pakistan, a maggioranza cristiana, creato da un missionario nel 1901, Shahbaz giunge al suo incarico politico e poi al suo destino immenso e tragico che affronta con serenità e determinazione.

Paul Bhatti ha lavorato come chirurgo in diversi Paesi del mondo. Dopo l’assassinio del fratello è stato eletto presidente del Pakistan Minorities Alliance e Ministro per l’Armonia Nazionale sotto il Governo di Asif Ali Zardari. Egli confessa che “a volte non comprendevo e non condividevo il comportamento di mio fratello” e faceva fatica a “capirne i gesti di attenzione ai deboli e agli emarginati.”

Per capire il Pakistan e le minoranze cristiane perseguitate

Il libro, arricchito anche da una prefazione del Segretario di Stato Parolin, è anche l’occasione per comprendere la vicenda di un Paese – il Pakistan – di quasi duecento milioni di abitanti dove il 95 per cento sono mussulmani, il 3 per cento indù o buddisti, il 2 per cento cristiani. Un Paese chiave negli assetti geopolitici dell’area, spesso al centro del terrorismo talebano.

Un Paese dove l’Islam è la religione di Stato (art.2 della Costituzione) e il Corano e la Sunna “la legge suprema e la fonte guida nella promulgazione delle leggi”. Dove spesso i non mussulmani subiscono pesanti discriminazioni religiosi, sociali, economiche ed educative. Esemplare, a questo proposito, è la vicenda di Asia Bibi, la giovane donna cattolica condannata a morte con l’accusa di aver offeso il profeta Maometto.

Ricordare Shahbaz Bhatti – un cristiano che si è speso per intero per tutela dei poveri, degli emarginati e dei perseguitati di ogni culto – è ricordare anche la fede coraggiosa e silenzio di decine di migliaia di cristiani pachistani che cercano di custodire la fede nonostante le molte prove che ogni giorno devono affrontare.

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