Il fumo dell’incenso e il fumo delle lodi. Due turiboli parlano

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Turiferario nato

Da ragazzino, ricordo, ingaggiavo lotte furibonde con i colleghi chierichetti per il diritto ambitissimo di portare il turibolo durante le celebrazioni, perché il “turiferario” (il portatore di turibolo, appunto), per diritto quasi divino, era il capo riconosciuto di tutti gli inservienti dell’altare.

In seminario l’ordine di servizio della Messa era fissato burocraticamente dai superiori, ma la mia tecnica e il mio stile decisamente incomparabili finirono per imporsi anche senza dover fare a botte. Perciò per anni fui titolare praticamente inamovibile della carica di turiferario vescovile, coronando così al massimo grado la mia carriera di inserviente prima di iniziare quella di celebrante.

Maestro di incensazioni

Qualcuno mi ha chiesto di scrivere le mie memorie di quegli anni, che nella nostra diocesi furono fitti di celebrazioni importanti, per cui ebbi modo di incensare vescovi e cardinali a non finire e poco mancò che incensassi lo stesso Papa Giovanni, che ad un certo punto parve lì lì per venire a far visita alla sua patria. Altri invece mi han pregato di stendere un trattato sull’arte dell’incensazione. Non ho detto né sì né no sia gli uni che agli altri, ma, se proprio dovessi scrivere le mie memorie di maestro turiferario, certo non potrò tralasciare quello che mi è capitato recentemente.

C’è incensazione e incensazione

Stavo passando vicino al chiodo storico a cui sono appesi i turiboli, uno feriale e uno festivo, della parrocchia, quando mi parve di sentire come un sospiro.
“Che c’è?” chiedo in tutta naturalezza.
“C’è che per essere stato uno dei massimi turiferari della storia, mi sembra che anche tu ci trascuri un po’ troppo. Che cos’è questa mania di lesinare l’incenso a nostro Signore?”.

Era il grande che parlava, quello delle feste, il più bello, forse perciò anche il più esibizionista. Ma anche il piccolo più dimesso e più umile, dava chiari segni di assenso.

“Ma no! – gli dico – Che cosa vai a pensare? Qui non si vuol lesinare niente a nessuno, men che meno al buon Dio. Solo che, lo sai bene anche tu, la liturgia è diventata più sobria, più essenziale”.
“Bella essenzialità! Risparmiare l’incenso all’Altissimo e intanto abbondare nelle autoincensazioni, nelle adulazioni servili con manfrine infinite di inchini e prostrazioni”.

Così va il mondo

Chi lo fermava più quello?
“Non scaldarti, caro! – cerco dirgli per alleggerire la pressione – Lo sai: così va il mondo”.
“Dovrei anche non prendermela? Io sono un individuo serio. Non posso tollerare perciò che ci si accantoni così e che, per giunta, ci si disonori con un uso metaforico indegno, anzi osceno”.
“Non c’è più religione!”, osservo con una punta di ironia.
“Puoi dirlo – ribatte lui senza raccogliere – Anzi, credo che ormai, se accetterai l’invito a scrivere un trattato sulla tecnica dell’incensazione, il tuo lavoro rischia di andare a ruba soprattutto fra i turiferari metaforici, cioè gli adulatori”.
“Ora che me ne parli lo temo anch’io; – gli dico come illuminato – infatti la tecnica è la stessa.

La tecnica è sempre la stessa

“Si parte dal turiferario rozzo che, quando incensa, non lancia solo il fumo, ma anche l’attrezzo e butterebbe anche se stesso. Poi c’è l’incensatore che ha imparato a dominare lo strumento, sa dosare gli inchini e i tiri di turibolo, ma ostenta il suo servizio facendo tintinnare rumorosamente le catenelle. Poi c’è il turiferario che s’inchina ed incensa con grazia angelica e non fa alcun rumore. L’incensazione riesce perciò come la cosa più naturale e sincera del mondo”.
“E l’incensato ci casca” sospira triste il turibolo feriale.
“Beh, però con Dio non è così facile!” ribatte secco l’altro.
“Siamo noi uomini che ci caschiamo – confesso io arrossendo – Dio non ci casca perché non ha bisogno di incenso. Noi invece siamo troppo sensibili al fumo delle lodi! Questa è la rovina degli incensati e la fortuna degli incensatori”.
“Noi turiboli però non c’entriamo, vero?” chiede ansioso il piccolo turibolo feriale.
“No, sa’ tranquillo, turiboletto del Signore, – gli dice paternamente l’altro – noi siamo innocenti! Le incensazioni fuori luogo sono un problema degli uomini, di tutti purtroppo, non solo di quelli che Chiesa”.

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