I giovani. “La fede c’è, la Chiesa un po’ meno”

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In occasione della recente assemblea dei vescovi italiani è stato presentato un sondaggio dell’Istituto Toniolo. Riguardava la fede dei giovani. “La fede c’è, la Chiesa meno”, ha sintetizzato un servizio giornalistico. Nei tuoi contatti con i giovani confermi o contesti questa affermazione? E, nell’uno o nell’altro caso, perché? Don Giuseppe

Caro don Giuseppe, il mio contatto con i giovani, pur essendo ricco, è sempre un po’ limitato, quindi le mie considerazioni possono essere un po’ parziali.

Molti giovani cercano Dio

I giovani e gli adolescenti che accostano la nostra fraternità per testimonianze, momenti di preghiera o incontri formativi, provengono da ambienti ecclesiali, quali gli oratori, i gruppi parrocchiali o i movimenti. Essi vivono un’esperienza iniziale di fede e di legame con una comunità. Mi pare di poter cogliere in loro, con le debite differenze, un desiderio di senso, una ricerca del volto di Dio da purificare dalle immagini distorte che a volte una certa ignoranza religiosa lascia nell’immaginario. Mi pare quindi di cogliere una esigenza di formazione seria, approfondita, e di maturazione spirituale.

C’è una richiesta di “spiritualità” che deve essere educata, non tanto ponendo risposte pre-confezionate, ma suscitando domande e riflessioni sul senso della vita, sui valori fondanti l’esistenza. Si deve tentare di aprire nuove prospettive, dando vita a dei processi e proponendo esperienze concrete di preghiera, servizio, accoglienza…

Educare alla fede

I nostri oratori cercano di assolvere a tale compito educativo, ma non possiamo tacere il calo di partecipazione dei giovani alle diverse proposte e iniziative. La frequentazione di luoghi aggreganti e significativi nei quali le proposte spirituali sono chiare ed esigenti (Bose, Taizé, monasteri…), rivelano la sete di Dio che è ancora presente nei giovani. Soltanto, attende di trovare luoghi e persone capaci di donare quell’acqua viva che ancora può dissetare. Spera di imbattersi in quella manna che può nutrire e sfamare, perché l’esperienza forte possa incarnarsi e risignificare il quotidiano.

Questa realtà dischiude l’interrogativo di come i nostri ambienti e il mondo adulto, siano in grado di accompagnare, iniziare alla vita spirituale, alla preghiera. Ci si deve chiedere come avviare quel processo di integrazione della fede con la vita mai acquisito e concluso una volta per sempre, che solo può formare cristiani adulti e contenti della propria fede. Solo quel processo può creare un’ attitudine di discernimento che accompagna la vita. Il ruolo di adulti degni di fede, con cui entrare in positiva alleanza, è fondamentale in ogni maturazione umana e quindi di fede. Sono necessari credenti autorevoli, con una chiara identità umana e una solida esperienza ecclesiale. Degli adulti che vivano una vita spirituale e una passione educativa che sappia accostarsi ai giovani ed essere per loro compagni di viaggio e adulti credibili.

Alla ricerca di legami duraturi

Il desiderio di Dio non è assente nemmeno tra quei giovani “lontani”, quelli che apparentemente sembrano indifferenti. Sono quelli che soddisfano in maniera discutibile il loro bisogno di infinito e di senso, il loro desiderio di pienezza, di stabilità dentro un futuro di perenne incertezza, di legami duraturi nella frammentazione delle relazioni. Forse in questi casi, noi Chiesa dobbiamo e possiamo farci più prossimi. Dovremmo uscire con coraggio dai nostri ambienti sicuri ed assodati per accogliere la sfida della strada, dove i giovani vivono. Solo così potremmo per ascoltare le loro istanze e soprattutto comprendere il loro linguaggio e il loro bisogno di relazioni autentiche.

È evidente che tra il linguaggio ecclesiale e quello giovanile si apre una distanza difficile da colmare. È necessario lasciare più spazi di incontro, dialogo, creatività. Assistiamo a una distanza tra la Chiesa istituzione, con le sue strutture, i suoi piccoli e grandi poteri, le sue fragilità che opacizzano la bellezza del messaggio evangelico. Da qui la fatica ad accettare e capire il suo insegnamento morale. Ma da qui viene anche la vicinanza riconosciuta e apprezzata in papa Francesco, la sua immediatezza comunicativa e la sua coerenza evangelica. Viene esaltata la sua parresia nel dire la verità, la sua ricchezza di umanità che profuma di Vangelo e che distingue il peccato dal peccatore, sempre avvolto della dignità di figlio di Dio.

Una fede “attraente”

Una Chiesa apprezzata per il suo impegno a favore dei poveri e degli ultimi, di quanti sono feriti dalla globalizzazione dell’indifferenza che caratterizza il nostro tempo. Rimane aperta la sfida che la fede si comunica per attrazione, per una bellezza riconosciuta e “assaporata”. Una fede che comunica una esemplarità vista nei volti gioiosi di credenti convinti, di uomini e donne che ancora oggi donano la loro vita per Cristo. Papa Paolo VI affermava che si seguono più i testimoni che i maestri. Questo è ancora più vero per i giovani in cerca di modelli significativi, di uomini e donne innamorati di Cristo e del suo Vangelo.

La Chiesa ha messo a tema per il prossimo sinodo dei giovani: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Sia questo un’opportunità per la Chiesa di interrogarsi su come accompagnare e seguire le nuove generazioni, per identificare le modalità più efficaci per annunciare la buona novella. E per i giovani sia tempo per accogliere la sfida di un dialogo costruttivo che li rende più figli capace di dare un volto concreto al sogno di una fraternità evangelica.

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