Essere onesti, in fondo, non serve. La confessione sconfortante di un amico

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Foto: Carlo Acutis, morto a 15 anni di età, nel 2006. È in corso la causa di beatificazione

Cara suor Chiara ho incontrato un mio amico. Mi ha fatto una singolare confidenza. Mi ha detto che è stanco di “fare il bravo”. “A essere onesti, fedeli alla propria moglie, giusti… non si guadagna gran che”. Mi ha lasciato sbalordito. Lucio

Affermazioni simili sono frequenti, caro Lucio; apparentemente innocenti e senza malizia, esse, al contrario, possono rivelarsi importanti per scoprire ciò che realmente abita il cuore dell’uomo.

Una confidenza inquietante e i suoi risvolti non detti

La confidenza dell’amico in questione sembra svelare, infatti, come il proprio impegno nel vivere “bene” non sia del tutto libero da concreti interessi di parte. Spesso anzi è subordinato alla ricerca di un tornaconto personale, di un proprio prestigio sociale, economico, forse del proprio onore e della propria gloria… Sono motivazioni che, a lungo andare, si dimostrano insufficienti a sostenere le inevitabili frustrazioni quotidiane e perseverare nonostante tutto. Ne è prova il fatto che, alla fine, il nostro amico si sente stanco, perché – conclude come per giustificarsi – “non si guadagna un gran che!”.

Chi ce lo fa fare?

Tale affermazione può suscitare nel nostro cuore reazioni “a catena” simili a quelle onde concentriche provocate dal lancio di un sasso nelle acque di uno stagno. Molte domande risuonano in noi, lasciandoci, forse, senza una risposta esaustiva: “Ma, ne vale la pena? Chi ce lo fa fare? Che senso ha? Perché essere onesti, giusti e fedeli o, almeno, tentare di esserlo? Quale è il fondamento di una vita buona? Tale condotta è simile ad un vestito da mettersi di tanto in tanto, a seconda delle situazioni convenienti o meno, oppure è altro, e di più?”.

Vivere all’altezza della nostra dignità di uomini

Come rispondere agli impellenti interrogativi del cuore, se non provando a lasciare spazio a quel sussurro accorato che dagli “abissi” della nostra interiorità riecheggia come un eco in tutto il nostro essere invitandoci a vivere, in modo corretto, la nostra umanità? È la voce della nostra dignità umana che non cessa di invitarci ad una vita conforme al nostro valore ontologico: “Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto” (Ef 4,1b). E la prima e fondamentale vocazione ricevuta è quella di essere persone umane, create ad immagine e somiglianza del Creatore.

Al di là di ogni credo religioso e di ogni cultura, infatti, ogni uomo e ogni donna è chiamata a rispondere alla propria condizione umana: siamo tutti capolavori irripetibili ed inediti. Siamo usciti dalle mani di Dio che ci ha chiamati e destinati a cose davvero tanto grandi. Accogliere questo invito e cercare di corrispondervi è il vero guadagno che nessuno può toglierci, la vera ricchezza che nessuna legge di mercato può congelare o ipotecare!

Nasciamo originali, moriamo fotocopie

L’esperienza quotidiana, tuttavia, ci mostra quanto questo sia difficile per tutti noi! Affermava il giovane servo di Dio Carlo Acutis: “Tutti nasciamo come originali, ma moriamo come fotocopie!”.

La corruzione, la falsità, il compromesso, l’infedeltà, l’immoralità, ecc., infatti, seducono e circuiscono il nostro cuore, rivelandosi veri e propri inganni; promettendo “facili guadagni”, soffocano quel sussurro accorato che da sempre risuona in noi. Ogni volta, infatti, che ci assoggettiamo a queste logiche perverse tradiamo noi stessi. Ci impediamo di essere, nel mondo e nella storia, segno del nostro Creatore, continuamente presente e operante nel quotidiano.

Gettiamo, perciò, in Lui le fondamenta della nostra vita morale e godremo della beatitudine promessa ai retti di cuore.

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