Da “The perfect circle” a “Hereafter”, quando il cinema si interroga sul senso della vita

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Ivano e Meris non si conoscono. In comune hanno la stanza in un hospice del reggiano, che accoglie i loro ultimi giorni. A prendersi cura di Ivano è la moglie, accanto a Meris siede il marito. Due storie d’amore parallele che mostrano quanto la vita abbia senso sempre, anche e soprattutto quando sta per finire. È la storia narrata nel film The perfect circle, diretto da Claudia Tosi. Un film indipendente, che circola su richiesta, un invito a riflettere sul valore del “prendersi cura” dell’altro negli ultimi momenti, quando il paziente vive una solitudine che sembra separarlo prematuramente dal resto del mondo. La regista lo ha realizzato nel 2104, dopo la sua esperienza personale con la malattia della madre. Il film è già stato presentato in diverse manifestazioni nazionali, tra cui il DocPoint di Helsinki, il Trieste Film Festival e il Festival dei popoli.

Ci sono commedie popolari che trattano il tema del “fine vita” o dell’accompagnamento alla morte in modo sottilmente ideologico, come accade in “Io prima di te” diretto dall’esordiente Thea Sharrock su una sceneggiatura della celebre autrice di romanzi “rosa” Jojo Moyes. Louisa “Lou” Clark vive in una tipica cittadina della campagna inglese. Non sa bene cosa fare della sua vita, ha 26 anni e passa da un lavoro all’altro per aiutare la sua famiglia. Viene assunta come assistente di Will Traynor, un giovane e ricco banchiere finito sulla sedia a rotelle per un incidente. Lou gli dimostra che la vita continua ad avere senso e vale ancora la pena di goderne fino in fondo, entrambi si innamorano e cambiano profondamente grazie a questo sentimento. Il finale potrebbe offrire molti spunti di riflessione, ma viene seppellito da un eccesso di miele e da una lettura un po’ semplicistica di scelte che invece comporterebbero ben altro livello di riflessione.

Tra i grandi registi che si sono misurati nel tempo con questo tema delicatissimo vale la pena di ricordare invece Clint Eastwood e il suo bellissimo Hereafter, film di qualche anno fa, che racconta la storia di tre persone diversamente toccate dalla morte, che convergono soltanto nel finale. A San Francisco vive George (Matt Damon), un uomo che ha il dono terribile di parlare con i morti. A Parigi lavora Marie (Cècile de France), giornalista televisiva giovane, bella e famosa, che vive un’esperienza fra la vita e la morte durante il devastante tsunami in Indonesia. A Londra cerca di crescere Marcus, un dodicenne con la madre tossica e un fratellino gemello morto in un incidente stradale. È un racconto sul senso della vita e sulla morte dal quale si esce paradossalmente allegri, pieni di vita. Del resto, che cosa c’è di più bello di provare a credere per una volta all’ipotesi di una vita oltre la vita? Per giunta, lasciarsi tentare dal soprannaturale grazie a un grande film e non in virtù di una predica. Convertire gli scettici non è naturalmente lo scopo dell’autore. La missione qui, per così dire, è una missione tipica del laico: far venire dubbi. In questo caso perfettamente riuscita.

 

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